Sangre, tierra y libertad. La triste storia della rivoluzione messicana

"Ora posso morire. Questo era ciò che desideravo: che si sappia per cosa lottiamo, che si conosca la causa che vogliamo difendere, che vengano a vederci, ci studino e poi raccontino la verità: siamo uomini d'onore e non banditi“ - Emiliano Zapata

Nel 1910 il progressista Francisco Madero chiamò il popolo alle armi. La dittatura di Porfirio Diaz si trascinava dal 1876, e andava fermata una volta per tutte. Personaggi epici quali Emiliano Zapata e Pancho Villa si unirono alla rivolta, ma l’ambizione dei capi rivoluzionari portò alla guerra civile

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IL CONTESTO DELLA RIVOLUZIONE MESSICANA

Agli inizi del XX secolo il mondo era intriso di conflitti dal sapore ottocentesco. I grandi imperi si contendevano pezzi di terra altrui o un posto nei libri di storia. L’umanità era ancora ignara della propria capacità di autodistruggersi. L’incubo atomico avrebbe condizionato tutta la seconda metà del novecento. In Europa si vivevano i progressi della società borghese, e l’ascesa degli USA segnava per sempre la morte del Far West. Il Sud del mondo veniva ancora trattato come un frutto esotico da spremere, e di lì a poco un conflitto totale cambierà per sempre i connotati del pianeta.

Con la Grande Guerra si aprì il “secolo breve”, marchiato da catastrofi, trasformazioni, rinascite e rivoluzioni. A tal proposito, l’avvento dei bolscevichi nel 1917 mostrò al mondo che persino un movimento di operai poteva sostituirsi a un impero e governare un nuovo tipo di società. Il mito della rivolta sociale avrebbe ispirato nuove ideologie e lotte armate per tutto il secolo, soprattutto in America latina. Prima di tutto ciò, dal 1910 il Messico stava vivendo la sua rivoluzione. Un popolo ridotto alla fame impugnò le armi per mettere fine a decenni di dittatura. Se poteva sperarsi un futuro migliore, questo era nelle mani consumate di migliaia di contadini.

Nel 1917 il Messico ebbe la sua nuova Costituzione, in vigore ancora oggi. Fu la prima a includere i diritti sociali, riconoscendo numerose libertà a tutela dei cittadini, abolendo la schiavitù e prevedendo una riforma agraria. Quel pezzo di carta era frutto di una lotta il cui urlo straziante reclamava semplicemente dignità e tutela dagli abusi. Una lotta che vide morire quasi un milione di persone tra militari e civili. Atti di coraggio e numerosi tradimenti segnarono quegli anni.




Era una rivoluzione fatta da gente affamata, moribonda. Invisibili gettati nella fossa delle statistiche storiche. Il caldo torrido, una povertà crudele, i genitori che seppellivano i figli. Nulla di tutto ciò impedì al popolo l’insurrezione armata: che fossero bastoni o vecchi fucili, c’era da fare una scelta. O subire ancora una volta la storia, o farla. Proprio quella gente affamata e moribonda scelse di combattere, guidata da uomini temerari e carismatici. Per la propria vita, e per quella dei figli già consegnati alla terra di cui si reclamava il diritto. Il regime del vecchio generale Porfirio Diaz si doveva abbattere, ora o mai più.

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GLI EVENTI RIVOLUZIONARI

La miriade di eventi che contrassegnarono la revolución si ritengono di solito conclusi già con la Costituzione del 1917, ma in realtà la lotta armata continuò per diversi anni. La fase successiva fu prevalentemente politica, e si concluse all’inizio degli anni trenta. Nel 1910 Porfirio Diaz, eletto presidente già tre volte e sostanzialmente al potere fin dal 1876, vinse ancora una volta le elezioni presidenziali battendo Francisco Madero, ricco proprietario progressista. Le proteste contro il porfiriato risalgono a diversi anni prima, e spesso furono represse con brutalità.

Tuttavia fu con il Plan de San Luis Potosì, redatto da Madero, che per la prima volta si incitava direttamente il popolo alla rivolta armata, dichiarando nulle le elezioni presidenziali. Madero stesso capeggiò una insurrezione che si inseriva in un contesto ormai diffuso di violente proteste in tutto il Messico.  Altre insurrezioni con altrettanti piani furono guidate da uomini come Emiliano Zapata, Pancho Villa, Venustiano Carranza e Alvaro Obregon. Si devono a loro alcune delle pagine più epiche della rivoluzione, nonché la conferma del potere indiscusso dei caudillos su base locale. Il caudillo era comunemente inteso come “l’uomo forte”, colui che armi alla mano era rispettato e temuto, e perciò seguito. Questa figura, come la vena rivoluzionaria, sarà una costante della storia latinoamericana.

Diaz fuggì nel 1911, Madero divenne presidente e le cose potevano finalmente cambiare in meglio. Ma quella rivoluzione non l’aveva guidata da solo. L’ambizione personale degli altri capi portò immediatamente ad una nuova instabilità. Per loro la rivoluzione non era finita; c’erano altri obiettivi ancora da raggiungere. Madero nominò generale e capo delle forze armate il conservatore Victoriano Huerta, commettendo un tragico errore. Il presidente fu arrestato e ucciso nel 1913, mentre Huerta prendeva il suo posto. Il generale fu sconfitto l’anno successivo dalle truppe di Obregon, Zapata, Villa e Carranza. Quest’ultimo fu eletto presidente nel 1917, e promulgò la tanto attesa nuova Costituzione, mentre il Messico era dilaniato da quella che ormai sembrava una guerra civile tra i protagonisti rimasti in campo. Infatti Zapata, Villa e lo stesso Carranza morirono violentemente nel giro di pochi anni.

Anche Obregon, presidente dal 1920 al 1924, andò incontrò ad una morte violenta; morì assassinato nel 1928 subito dopo la sua rielezione. Era come se la rivoluzione portasse con sé una sorta di maledizione, che colpì tutti i grandi protagonisti. Con l’avvento alla presidenza del generale Plutarco Calles e la nascita nel 1929 del Partido Revolucionario Institucional, i fuochi della rivoluzione potevano ormai dirsi spenti. 

Mario Rafaniello

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