Sanità regionalizzata o centralizzata : quali sono i pro e i contro ?

Perché è importante avere un Servizio Sanitario Nazionale efficiente?

L’ondata di pandemia che quest’inverno ha travolto l’Italia, come il resto del mondo, ha richiamato l’attenzione della politica e dell’opinione pubblica su un tema estremamente importante e non affatto scontato in una società civile moderna e organizzata: il servizio sanitario. Non parliamo di generali prestazioni assistenzialistiche rese alla collettività, ma di un “servizio pubblico essenziale”, indispensabile ai fini della vita delle persone e delle generazioni venture. La sua efficienza è, quindi, necessaria e deve essere tale da affrontare ogni eventuale situazione straordinaria e urgente allo scopo di tutelare la salute, che l’articolo 32 della Costituzione Italiana definisce come “diritto fondamentale dell’individuo” e “interesse della collettività”.  Tra i tanti un interrogativi, il più dibattuto è circa quale modello sarebbe preferibile adottare: sanità regionalizzata o centralizzata?

Il caso “Lombardia”

Qualcosa non sembra non aver funzionato nel modo giusto durante l’emergenza coronavirus, che ha letteralmente messo in ginocchio il SSN del nostro Paese denudando le latenti falle del sistema. L’accusa di disfunzionamento è ricaduta soprattutto sulla sanità lombarda, nota come un’indiscussa eccellenza al livello mondiale, che si è trovata di fronte a una tragedia senza precedenti. La Regione Cisalpina, violentemente colpita e dilaniata dal Covid 19, è stata additata da diversi opinionisti come impreparata dal punto di vista organizzativo a gestire l’epidemia a causa dell’insufficienza dei posti letto di terapia intensiva in rapporto alla popolazione e di una carente e diroccata medicina territoriale. A ciò si aggiunga anche l’incandescente polemica tra la Regione Lombardia e il Governo sulla mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, finita sotto la lente d’ingrandimento dei magistrati inquirenti della Procura di Bergamo.

Sicuramente una delle principali cause di queste preoccupanti carenze del servizio sanitario lombardo è il continuo e controproducente braccio di ferro tra la Regione e il Governo centrale unito a un conclamato ≪malcostume≫, peraltro diffuso su tutto il territorio nazionale, a non investire in modo adeguato sulla sanità pubblica, comprensiva anche della trascurata categoria dei medici di base. E’, quindi, inevitabile un ripensamento generale di tutto il Servizio Sanitario Nazionale per migliorare tutto ciò che non ha funzionato durante la battaglia contro il coronavirus al fine di prevenire le catastrofiche conseguenze di prossime ed eventuali pandemie.

Sanità regionalizzata o centralizzata a confronto

L’interrogativo che si pone, allora, è quale modello sarebbe preferibile in Italia: una sanità regionalizzata o centralizzata?

I due modelli sono diametralmente opposti e rappresentano due diverse concezioni dell’organizzazione del servizio sanitario. Il modello centralizzato accentra tutti i poteri gestionali e direttivi in capo al Governo, privando le autonomie territoriali di spazi di intervento e di operatività. I piani sanitari sono predisposti unicamente dallo Stato e valgono su tutto il territorio nazionale, in modo da realizzare un servizio sanitario omogeneo e uniforme. Il modello regionalizzato, invece, si fonda sul decentramento di tutti i poteri a favore delle Regioni, che sono libere di organizzare il servizio sanitario sul territorio e di adottare un’autonoma politica di spesa. Allo  Stato residua soltanto un margine di intervento limitato.

Come il pubblico dei lettori ben sa, la riforma del 2001 del Titolo V della Costituzione ha optato per un sistema sanitario regionalizzato nell’ottica del decentramento amministrativo e della valorizzazione delle autonomie territoriali. Il novellato articolo 117 della Carta Costituzionale, nel delineare un nuovo assetto di ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, stabilisce espressamente che la tutela della salute è una materia di competenza legislativa concorrente la potestà legislativa spetta alle Regioni, salvo la determinazione dei principi fondamentali che invece è riservata alla legislazione statale.

Benché il nuovo modello sia stato concepito per garantire un’amministrazione sanitaria più efficiente e vicina al cittadino, si è verificata un’esasperata e farraginosa differenziazione della sanità a livello regionale, non adeguatamente monitorata dallo Stato centrale. La conseguenza è stata la nascita di venti servizi sanitari regionali diversi per qualità delle prestazioni e dell’organizzazione territoriale, con notorie punte di eccellenza concentrate al Nord.

Il panorama politico

Le forze politiche e l’opinione pubblica evidenziano da più parti la necessità di una riforma strutturale del SSN in Italia, ma con visioni e idee molto diverse. C’è chi auspica un ritorno a un modello centralizzato per garantire un maggior controllo statale sulla spesa pubblica e una maggiore omogeneità della qualità e dell’organizzazione del servizio sanitario su tutto il territorio nazionale. La proposta di un disegno di legge costituzionale per la riforma dell’art. 117 della Costituzione in questa direzione proviene soprattutto dal Movimento Cinque Stelle  con il placet del vicesegretario dei Dem Andrea Orlando, determinati a voltare pagina rispetto alle gravi carenze del passato.

Il centrodestra e le Regioni del Nord a trazione leghista, invece, si oppongono duramente a questa tesi, difendendo a spada tratta il “federalismo sanitario” del Titolo V del 2001 e obiettando come il modello di sanità centralizzato ante riforma non fosse certo migliore, in quanto anch’esso responsabile di scandalose inefficienze. Una cosa, però, è certa: ciò che tragicamente accomuna le due posizioni, di fatto inconciliabili, è il dato incontrovertibile che né il modello centralizzato prima né quello regionalizzato poi sono stati in grado di vincere la scommessa di realizzare un serio cambiamento, superando l’atavico problema dei tagli alla sanità pubblica e della mala gestione della spesa.

Le sfide del futuro

La vera spada di Damocle della sanità pubblica italiana, dunque, non è tanto l’assetto dei rapporti tra Stato e Regioni, quanto piuttosto il dramma, oserei dire <<culturale>>, sugli scarsi investimenti e sulla gestione della spesa; una falla che i Governi, anche recenti e di qualsiasi colore politico, non sono stati in grado di tamponare con la piena e leale collaborazione degli enti territoriali. Ad aggravare il quadro complessivo si aggiungano gli svariati episodi di corruzione nell’affidamento degli appalti pubblici. Il Covid 19 ha acceso i riflettori sulla necessità di una rivoluzione copernicana nel modo di concepire e valorizzare il servizio sanitario e i suoi operatori per il benessere della collettività. Non ci si può più tirare indietro.

 

 

Andrea Salvatore Bruzzese

 

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