Sanremo; vale più l’ipotesi di complotto o la qualità della musica?

A pochi giorni di distanza dalla fine del 69esimo Festival di Sanremo, è possibile fare un bilancio sulle polemiche che lo hanno accompagnato, ma anche sulla poca attenzione data alla musica

Quando si parla di Sanremo chissà perché la prima cosa che viene in mente non è la canzone, bensì le passerelle e le polemiche su ogni elemento della manifestazione.

Foto immagine copertina: TPI
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Sanremo è volato via, portandosi dietro il consueto vento di riflessioni, delusioni e polemiche, che da sempre lo accompagna.

Il grande festival della canzone italiana, infatti, è sempre stato caratterizzato dal mare d’ipotesi varie che ne alimentano il gusto, la fama e quel sottile fascino di luci e ombre sul carattere nazionale popolare della manifestazione.

Il gusto della contestazione, che un tempo veniva rivolto alla natura di Sanremo, si è però radicalmente spostata, dal conflitto d’interessi delle case discografiche, al giudizio “infallibile” della giuria.

Una giuria poliedrica, organizzata gerarchicamente da una piramide mediatica, che vede musicofili, giornalisti e Very Important Person”.

Tutto ciò è molto interessante, se si pensa che tutto ciò avvenga nell’era del televoto; il vero strumento di democrazia diretta, o almeno così era nel principio.

In questo modo il festival “popolare” per eccellenza avrebbe dovuto diventare qualcosa di veramente partecipato dalla gente; ovvero coloro che alla fine comprano i dischi o scaricano da iTunes o creano una playlist su Spotify dell’artista preferito.

Durante il 69esimo festival di Sanremo però, sono accadute molte cose che hanno lasciato l’amaro in bocca ad artisti e pubblico, trascinandosi dietro un mare di polemiche, che non staremo qui a elencare.




Chi ha vinto davvero il Festival di Sanremo; complottisti o radical chic?

Non è azzardato ipotizzare che l’intera settimana musicale e l’esito finale possa essere addebitato nuovamente alla politica; quella di costume, quella del conservatorismo funzionale, del simbolo ad uso e consumo ideologico, e purtroppo dell’ignoranza.

Ignoranza perché, dietro la vittoria del rapper italiano, ma di padre egiziano, Mahmood, non si nasconde più la solita tracotante retorica etnocentrica, identitaria e razziale; lo dicono i social che, come sempre liberano orde di selvaggi digitali pronti ad augurare il peggio a chi non risulta “ariano”.

Potremmo averci fatto l’abitudine, ma ecco che subentra anche l’ipotesi complottista:

“I giornalisti, la giuria demoscopica e quella d’onore, composta dall’élite dello spettacolo (dunque radical chic), ha fatto vincere lo straniero, perché vuole l’invasione anche nella nostra tradizione musicale”.

Di concerto alle polemiche politiche, arriva anche il Codacons, il quale ha annunciato un esposto all’Antitrust, per denunciare come il meccanismo di voto dell’ultima serata del Festival di Sanremo sia stato falsato, annullando, di fatto, le preferenze espresse dal pubblico, con possibile danno economico per i cittadini.

In questo caso è ovvio che la vicenda seguirà il suo iter giudiziario, nonostante i malumori di Ultimo che era dato per vincente, già dalla prima serata e Il volo, classificatisi terzi.

 Ma Sanremo non era un festival musicale?

È dai tempi del presunto suicidio di Luigi Tenco, che si parla della reale natura di Sanremo; tralasciando inutili dietrologie, anche questa volta il gossip e la politica entrano in un territorio dal quale avrebbero dovuto essere interdette “a vita”, occupando l’intero spazio mediatico che dovrebbe esser lasciato alla musica.

Buona o cattiva che sia, Sanremo celebra la canzone italiana e ciò che ha del surreale è che sia proprio la canzone a non essere analizzata con la dovuta attenzione.

La svolta “giovane” del Festival di Sanremo sotto la direzione artistica di Claudio Baglioni si è basata sul confronto diretto tra generazioni e linguaggi diversi e, in questo gli va riconosciuto il merito di aver realizzato un programma più dinamico e poliglotta, avvicinando anche le fasce sociali più lontane dal festival: giovani e musicisti controcorrente.

Il problema restano le canzoni: brani che spesso e volentieri cercano di strizzare l’occhio ai modelli vigenti o cercano di scimmiottare la canzone d’amore, con un risultato che, a tratti risulta deludente e quanto mai “banale”.

Il problema restano anche i singoli musicisti, quando sono tali; quando non provengono da quei talent show, il cui unico precetto è uniformare il giovane ai gusti dominanti, dove la personalità è messa in secondo piano.

C’è l’Indie pop o It Pop, sdoganata ormai sui palchi più trasversali che cerca di inseguire la conquista di una melodia che tutti hanno già sentito, nei dischi dei genitori, ma non riescono a mettere insieme testi e linguaggi degni di suscitare emozioni” (Cit. Lucio Battisti).




E poi c’è la Trap; ancora non completamente sdoganata a Sanremo, ma poco ci manca.

Soldi possiede una buona metrica, ma non è certamente qualcosa che sconvolge le budella.

Il brivido blu lo dovrebbe dare Achille Lauro con un brano che sembra ricordare quando si è la domenica a casa degli zii e i nipotini di 6 anni urlano percuotendo due tamburelli; in questo il sodalizio di “quel che resta di Morgan” ha lasciato una firma definitiva sotto la parola “Fine”.

Eppure del brano di Lauro, la polemica più stupida e retrograda che si possa concepire è:

“La canzone parla dell’anfetamina e istiga alla droga”.

Nessun fluente esperto ha detto una sola parola sulla continua e ossessiva banalità delle canzoni, sui volumi, non proprio equalizzati, e sulle evidenti stonature di quasi tutti i cantanti.

A Festival della canzone italiana, la voce è stata la vittima predestinata; più dello sfogo Ultimo, delle offese gratuite e squallide da parte dei giornalisti in sala stampa ai ragazzi de Il volo, dei potenziali complotti.

Tutto comprensibile, tranne il livello sempre più becero di ostilità, ignoranza e malessere di una società che ha perso ogni tipo di orientamento verso il sole.

Fausto Bisantis

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