Sant’Ambroeus FC, un calcio al razzismo: l’integrazione si fa con l’amicizia e con i gol.

Mentre ai piani alti si discute di come trasformare le competizioni per avvicinare sempre di più uno sport all’intrattenimento puro. Mentre i padroni dei top team cercano di tutelare (e incrementare) i loro patrimoni. Mentre si litiga su entrate commerciali e diritti televisivi, il calcio – quello vero – continua a raccontarci storie di sport e di emozioni. Nel caso della Sant’Ambroeus FC, anche di valori e di fratellanza.

I colori sono quelli della città, il bianco e il rosso. Al centro dello stemma capeggia un piccione, simbolo di viaggio, di migrazione. Alle sue spalle c’è un pallone, di quelli di una volta: è un simbolo del calcio romantico, pionieristico, pregno di quei valori sportivi che a volte sembrano lontani anni luce dal calcio patinato del 2000. Di moderno c’è l’aspetto social; sui sociali si trovano aggiornamenti, iniziative, cronache, highlights delle partite. In un video si vede Jacopo Gimbo che prende la rincorsa e dai 25 metri infila il calcio di punizione all’incrocio dei pali. Un gran bel gol. Ma tutta la storia della Sant’Ambroeus FC è un gran bel gol.




Dai tornei alla nascita dell’avventura Sant’Ambroeus FC

Nell’infinita e multiforme galassia del mondo del calcio, si svolgono ogni anno migliaia di tornei: formule e regole sono le più disparate e le squadre partecipanti sono davvero di ogni tipo. Partendo dal presupposto che il calcio è un gioco universale e coinvolge appassionati in ogni parte del pianeta, spesso vengono organizzati dalle società sportive e dalle ONLUS tornei “dell’amicizia” o “della fratellanza”, che si prefiggono di coinvolgere ragazzi che arrivano da realtà complicate. Tornei che sposano prima i principi educativi e inclusivi e poi quelli sportivi.

La storia della St. Ambroeus FC parte, sostanzialmente, da lì. Davide Salvatori, dirigente della squadra, racconta come sono andate le cose: «La Sant’Ambroeus FC è un progetto nato nell’aprile del 2018 a Milano, dalla fusione di due squadre già esistenti: i Black Panters e i Corelli Boys» la prima composta da ragazzi che stavano nella caserma Montello, la seconda che portava in campo quelli del centro accoglienza di via Corelli.

«Cinque anni fa – prosegue Salvatori – insieme a degli amici siamo andati fuori da un centro di accoglienza per invitare i ragazzi ad un ciclo di feste all’interno di un centro sociale; apparentemente non sembravano entusiasti all’idea di andare a ballare e inoltre molti di loro erano in Italia da soli due mesi e di conseguenza facevano fatica ad esprimersi; l’ostacolo primario è stato la lingua. La difficoltà ad intrattenere un dialogo è scomparsa quando abbiamo iniziato a nominare nomi di calciatori e così avevamo trovato il modo di comunicare»

Siamo riusciti attraverso la lingua universale del calcio a creare con loro un rapporto. Ci eravamo dati appuntamento per giocare una partita in un campetto e abbiamo in questo modo incominciato.

Sant’Ambroeus FC vs. burocrazia

Il passo successivo è stato probabilmente il più complicato: uscire dai confini dei tornei amatoriali ed affiliarsi alla FIGC per prendere parte al campionato di terza categoria. Innanzitutto c’era da reperire i fondi necessari. Affitto dell’impianto sportivo per allenamenti e partite, divise, palloni…sono molte le spese per diventare ufficialmente una squadra. Così si è pensato al crowfounding. Ed è stato un successo. Oltre 150 persone hanno fatto la loro offerta volontaria e il progetto ha potuto prendere il via.

L’altro aspetto complicato ha riguardato la burocrazia. Per i tesseramenti servono permessi di soggiorno, carte d’identità, codici fiscali: tutti documenti difficili da recuperare per ragazzi in gran parte arrivati in Italia da poco e residenti nei centri di accoglienza. Ma i dirigenti della Sant’Ambroeus FC non sono tipi da darsi per vinti e hanno superato anche quest’ostacolo.

Prima di tutto l’allenamento

«Alla prima amichevole, in estate, eravamo più di 50», ricorda il dirigente Gian Marco Duina. «Abbiamo fatto delle scelte non in base a quanto uno fosse bravo: il nostro è un progetto educativo, che poi deve servire ai ragazzi anche sul lavoro». In fondo, è quello che dovrebbero fare tutti gli sport, anche se spesso ce lo si dimentica. La parola d’ordine è responsabilità: «Ci sono orari da rispettare, se arrivi tardi o non ti alleni poi non giochi la partita. Regole semplici, fondamentali per l’organizzazione: chiunque voglia stare dentro questa logica è benaccetto». Insomma, come direbbe Lele Adani: “l’allenamento sempre si fa”!

Alla fine dell’allenamento qualcuno salta in bicicletta, con la borsa di qualche azienda di consegne sulle spalle e va a lavorare come fattorino. Altri lavorano come addetti alla sicurezza o nell’edilizia o nella ristorazione. Insomma: la Sant’Ambroeus FC per alcuni è l’inizio di un percorso di integrazione, per altri è una squadra di calcio e un posto in cui potersi rendere utili, perché in Italia ci sono da anni e attraverso le loro esperienze possono aiutare altri a integrarsi. A sentirsi milanesi. Perché tutti loro sono e si sentono milanesi.

La Milano da bere e quella della finanza che non si ferma mai sono lontane da questi campetti di quartiere. Per raggiungerli devi passare sulla ghiaia, tra le case; gli spogliatoio sono stretti, le tribune a volte sono fatte di tubi innocenti ed assi di legno. Ma forse è questa la Milano più vera, quella che mostra l’anima accogliente di una città costruita, da secoli, sull’apertura e sull’incontro tra genti, culture, laboriosità, esperienze diverse.

Sant’Ambroeus FC: un nome milanese per una squadra…di milanesi

«La cosa più difficile è stata proprio trovare un nome alla squadra» raccontano, sorridendo, i dirigenti. «Ore e ore di discussione…eravamo tutti d’accordo che doveva rimandare a Milano. I ragazzi sono milanesi perché vivono la città, lavorano qui». La scelta è ricaduta su St. Ambroeus FC, che omaggia la città e la squadra tedesca del St. Pauli di Amburgo, una delle società calcistiche più impegnate nella difesa di un’idea di sport che è quella condivisa anche dai ragazzi della Sant’Ambroeus FC.

«Milano è una città che durante gli ultimi due secoli si è costruita attraverso l’immigrazione, inizialmente le persone provenivano dalla campagna, successivamente ci furono gli esodi dal meridione verso il settentrione ed infine i flussi migratori. Sono davvero pochi i milanesi che si possono definire tali. La nostra visone della città è quella di una città interculturale dove possono e devono coesistere culture differenti» racconta ancora Davide Salvatori. Questa è la città che sta dietro ad un nome così tipicamente meneghino.

Un calcio al razzismo

Finora il messaggio, si può dire che abbia funzionato. Anche se in questi due anni non sono mancati i momenti difficili. L’ostilità e gli insulti, il razzismo. Molto spesso da chi le partite le guardava da fuori; a volte, purtroppo, i ragazzi hanno dovuto affrontare anche offese e provocazioni sul campo di gioco. D’altra parte, succede spesso anche ai campioni affermati. Ma pure in queste occasioni i giocatori della Sant’Ambroeus FC non sono mai stati lasciati soli. I dirigenti – tutti giovanissimi, fra l’altro – i compagni, la rete di volontari che li aiuta in questo percorso, sono stati loro accanto anche nei momenti più difficili.

E alcune situazioni brutte si sono trasformate in bei momenti, disinnescando le tensioni. Come quella volta a Segrate – raccontano i dirigenti – in cui «sulle tribune qualcuno da fuori aveva messo uno striscione con scritto “Prima i segratesi”: assurdo. Alla fine vincemmo e finì con abbracci e strette di mano».

Rincorrere un pallone, dimenticare i problemi

In campo ci vanno ragazzi provenienti da tante nazioni e da tante realtà. Ci sono ovviamente anche ragazzi italiani, educatori o ragazzi della zona: perché l’integrazione si fa con tutti e mettendosi tutti in gioco…e sul campo da gioco. E ci sono tanti ragazzi provenienti dai centri di accoglienza, per i quali il campo di pallone diventa un luogo in cui svagarsi, in cui correre lontano – partita dopo partita – da storie difficili ed esperienze complicate. Perché la vita nei centri di accoglienza non è facile: non sono luoghi che aiutano a mettersi alle spalle esperienze di traversate, violenze, prigionia. Decisamente meglio rincorrere un pallone, insieme a un gruppo di amici.

Noi non chiediamo mai ai ragazzi di raccontarci il loro passato. In tanti sono arrivati via mare, hanno fatto la prigione in Libia, subendo traumi psicologici e fisici. Ti accorgi di ciò che hanno vissuto osservando alcuni comportamenti: qui però devono trovare una valvola di speranza

Uno sguardo al futuro

Non è finita qui. Il progetto Sant’Ambroeus FC è un progetto che guarda avanti. Anche in questi mesi difficili la società è stata vicina ai ragazzi, gli allenamenti – quando possibile – sono proseguiti anche con le modalità del distanziamento interpersonale. E i dirigenti si sono dati da fare per portare avanti altre iniziative. Ancora Davide Salvatori racconta: «Dopo il periodo estivo, insieme all’associazione Sport in Zona abbiamo preso in affitto un centro sportivo a Gorla. L’associazione con cui condividiamo lo spazio organizza da alcuni anni con dei giovani ragazzi dei centri di aggregazione un mini campionato»

Con questa fusione volevamo dare avvio alla scuola calcio ed anche creare la seconda squadra dato che i ragazzi sono tanti, all’incirca una quarantina. Desideravamo offrire l’opportunità di giocare anche alle ragazze con il calcio femminile, ma per ora abbiamo dovuto rimandare ogni iniziativa.

Non ci sono dubbi però sul fatto che, appena sarà possibile, le attività riprenderanno con rinnovato vigore ed entusiasmo.

Non c’è squadra senza tifosi

Intanto i ragazzi aspettano di riprendere il campionato. Nelle prime giornate la Sant’Ambroeus FC non era stata fortunata, rimediando due sconfitte. Sicuramente c’è la voglia di rifarsi perché, insomma, nessuno è contento di perdere! Ma qui, nel mondo del calcio vero, quello lontano dai miliardi e dalle Super League, il risultato è solo una parte del tutto. Che non toglie nulla all’impegno, all’amicizia e alla potenza del messaggio che questi ragazzi di ogni parte del mondo portano in campo indossando le maglie della Sant’Ambroeus FC. E che vale loro il sostegno dei tifosi: l’Armata pirata, un gruppetto di ragazzi che segue la squadra ad ogni partita; così anche chi non sa giocare, può sentirsi parte di un progetto che – al di là del campo – merita il tifo di tutti i veri sportivi d’Italia.

Simone Sciutteri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *