Sardine: il mancato schieramento politico non può che fare bene

Quella che propongo al lettore non è una sviolinata alle Sardine, quanto piuttosto la solita riflessione; ciò che in questi giorni risalta maggiormente è un concetto in voga ormai da un paio di decenni e che ha riconosciuto una crescita esponenziale.
Sarebbe più giusto parlare di “moda”, piuttosto che “crescita”, evitando così di accostarci alla tenacia politica degli anni di piombo; terribili ma decisamente più sentiti.
Ieri sera, l’ennesima riprova di un Paese privo di analisi e tutt’altro che elastico, alla mercé di intellettuali e giornalisti poco sensati nei loro ragionamenti.

Mattia Santori, portavoce ufficioso delle Sardine, si è esposto presso la programmazione di Giovanni Floris, accompagnato da altri giovani esponenti del movimento – presenti fisicamente in studio; sull’altra sponda, vorrei sottolineare le presenze di Alessandro Sallusti e Pietro Senaldi (Libero).
Benché gli argomenti fossero diversi, il fulcro del discorso resta incentrato sul solito quesito: qual è il ruolo delle Sardine?

Successivamente alla manifestazione in Piazza Maggiore, gli animi si sono decisamente scaldati; alcuni hanno avuto il piacere di constatare la vasta partecipazione della comunità, altri non sanno che pesci prendere. Si è molto dibattuto, infatti, sullo schieramento delle Sardine: destra, sinistra, centro, 5S…quale prospettiva appoggerà il movimento?
Santori, dal canto suo, resta calmo e impassibile, nonostante i giorni di fuoco.





Le provocazioni di Senaldi durante la trasmissione non sono bastate a smuoverlo, né tantomeno è stato sufficiente il punzecchiamento di Sallusti. Una fattore certamente si nota: la versatilità delle Sardine non piace; in particolare, il fatto che non sembrino assumere una rotta prestabilita. Eppure la rotta c’è, eccome: il pretesto è la rivolta popolare, un mantra dalle profonde radici storiche.

Di manifestazioni ne abbiamo viste parecchie e gli ultimi mesi sono serviti ad abituarci all’idea; tra esse, un punto in comune: la faziosità politica. Non si è più vista una reale manifestazione popolare al 100%, ma solo dibattute politiche. Chi inneggia al fascismo, chi al comunismo; note a piè di pagina di epoche mai vissute, ma che guidano il popolo nell’intricato tracciato dell’appartenenza. Il senso di comunità muove le masse, fortifica l’ideologia e la rende universale.
Un espediente romantico, se non fosse, al contempo, così sbagliato.

Tra quelle masse, c’è chi non conosce la storia, chi non ha idea di cosa stia cantando, sbracciando, inneggiando; c’è chi non ha la minima cognizione del peso concettuale, il pericolo incombente dietro un gesto o una parola di troppo.
Il bel Paese è famoso per questo: l’ipocrisia di fondo; ricordiamo che perfino durante alcune manifestazioni atte alla difesa ambientale è stato coreggiato Bella Ciao. Il motivo? Chissà.

L’Italia è spaccata in due, come lo era il mondo durante la prima guerra fredda USA/URSS; un’ideologia schematica, che si proietta dal politico – con il suo “politichese” – al cittadino. Dal produttore al consumatore.
Di rimando, siamo parte di una comunità ormai bisognosa di additare lo schieramento politico opposto, anziché contestualizzare rappresentanti ed episodi.

Le Sardine rappresentano un’eccezione al 50%: di fronte ai media, i fondatori sono schivi sull’argomento; durante le manifestazioni, Bella Ciao pervade la piazza, senza una cognizione storica precisa. Un dispetto a Salvini? Probabile, ma non è certo l’unico da fronteggiare.
Distolgo il lettore dal presentimento che ce l’abbia con il suddetto coro, ma attualmente è uno degli esempi più calzanti; potrei tranquillamente enunciare Faccetta Nera e il discorso sarebbe il medesimo. Non si tratta di fare precisazioni storiche, ma sottolineare l’uso comunicativo smodato di un motivetto, senza una particolare consapevolezza.

Tornando alle Sardine, c’è da dire che una differenza la si nota e si percepisce dal disorientamento dei suoi oppositori: senza una fazione politica da incolpare, il movimento ha campo libero e si giostra perfettamente tra un intervento e l’altro.
Senaldi chiede «per chi voterete?», ma non c’è un reale motivo per proferirlo ad alta voce – tenendo anche conto della par condicio.
Sallusti incalza «siete garantisti con tutti o solo con quelli di Bibbiano?»
; anche qui, una domanda a tratti inutile, a cui Santori tranquillamente risponde:

Noi siamo garantisti con tutti; ci teniamo che ci sia una differenza tra caso giudiziario e caso politico

I continui tentativi di indirizzamento del discorso fanno intendere un margine di manovra risicato; il ragionamento è sempre il medesimo: chi voti? Da che parte stai? Domanda comunque lecita, se non fosse per la più veritiera versione del quesito: come posso etichettarti, facendo sì che le tue argomentazioni stiano a zero e io abbia ragione?

Non c’è una reale sostanza nelle discussioni, ma solo un gran bisogno di gogna mediatica; il cittadino vive ormai di pane e partito, il cui principale contorno resta il qualunquismo: lo vediamo in rete, in tv, lo leggiamo su giornali palesemente schierati, che non hanno identità se non quella presa in prestito.

Le Sardine sono un’occasione concettuale senza pari; un’occasione di distacco dall’alienazione che attualmente vive il Paese, ormai spaccato in due, privo di personalità. Il mancato schieramento rende possibile un ritorno all’essere più popolo e meno pecora; la spinta per risvegliarci dall’indolenza di approfondire, studiare, capire; renderci così conto che un essere pensante è in grado di influire pur non essendo coalizzato a tutti i costi. Al contempo, che un cittadino schierato presenti spesso uno spettro di opinioni e non solo le idee del suo unico partito.
Non si tratta dunque di congratularsi con le Sardine, ma comprendere il valore del loro operato come popolo; una motivazione per guardarsi indietro e riflettere su tutto quello che ci siamo lasciati alle spalle, tra un commento superficiale e l’altro.

La libertà di parola si esprime anche attraverso il coraggio di avere autocritica e senso civico, verso il proprio credo politico e quello degli altri.
E quando la smetteremo di utilizzare etichette di ogni tipo per inquadrare le persone, si paleserà un fantasma della miglior specie, lo spirito del buonsenso, della pluralità di pensiero; tutt’altro che bianco o nero.

Eugenio Bianco

 

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