Schiavitù e rivolte: alle origini della morte di George Floyd

Da Jamestown a Nat Turner, il difficile inizio degli Afroamericani in America

morte di floyd radici
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Maggio 2020. La morte di George Floyd ha origini antiche, vecchie di quattrocento anni. I neri dal 1600 erano ridotti in schiavitù e anche quando questa fu abolita,  fu sostituita da altre forme di sfruttamento e violenza. Nella mia trattazione, tuttavia, racconterò fino alle rivolte degli schiavi, lasciando ai colleghi il resto.

Jamestown e il limbo giuridico

Per capire gli Stati Uniti oggi e la morte di George Floyd è necessario tornare alle origini, a 400 anni fa. La presenza di africani negli Stati Uniti è iniziata da prima che gli Stati Uniti si formassero. I primi schiavi giunsero a Jamestown (il più vecchio insediamento inglese dell’America del Nord) nel 1619, portati da una nave olandese. La nave, in cambio di riparazioni, diede agli inglesi alcuni “servi a contratto”, che prestavano servizio non dai 5 agli 8 anni, come era consuetudine, ma per ben un decennio. In seguito si continuarono a usare schiavi deportati dall’Africa, ma senza che questo venisse stabilito dalla legge. I “servi a contratto decennali” rimasero in un limbo giuridico, ma non era una situazione sostenibile sul lungo periodo.

Da una parte, i neri una volta liberi facevano paura (come fanno paura adesso a troppe persone), dall’altra i padroni avevano bisogno di servi gratis a vita, considerando che i nativi americani erano ormai decimati e i pochi che resistevano conoscevano bene il territorio, dunque fuggivano.

Schiavi come beni mobili

Il primo a tentare una regolarizzazione giuridica degli schiavi fu il Massachusettes, con il più antico codice legale del New England, il Body of Liberties. Nel documento si specifica che la schiavitù non era permessa, ma con talmente tante eccezioni che alla fine era di fatto permessa. Il principio fondante del codice si potrebbe così riassumere: non ci saranno schiavi, tranne che se ci vengono venduti come tali. Seguirono questo esempio, Virginia e Maryland, poi altre undici colonie. Ovunque gli schiavi venivano considerati “beni mobili”.  Ma era la Virginia a distinguersi per razzismo, là la condizione di schiavo veniva tramandata di padre in figlio, anzi più di madre in figlio, visto che molte volte i padroni stupravano le schiave per perpetrare la schiavitù. In Virginia, se capitava che un nero venisse liberato, questi aveva un anno per lasciare la Virginia o sarebbe ritornato allo stato di schiavo.

La Ferrovia Sotterranea

Molti schiavi fuggiaschi si rifugiavano nella palude fra Virginia e Carolina del Nord, non trovando altri posti dove essere accolti. Di queste fughe, seppur con una storia del tutto inventata, parla lo scrittore Colson Whitehead, con l’opera “La Ferrovia Sotterranea” che gli valse il premio Pulitzer per la narrativa 2017. Whitehead immagina che vi sia esistita una vera ferrovia nascosta per aiutare gli schiavi fuggiaschi. Purtroppo non è così.

Rivolte degli schiavi

Ma più delle fughe i bianchi temevano le rivolte. Che in realtà furono rare, ne furono pensate poche e messe in atto ancora meno. Sicuramente degna di nota fu la Stono Ribellion, del settembre 1739 in Carolina del Sud. Fu la più grande rivolta degli schiavi nelle colonie inglesi. Finì soppressa con cinquanta afroamericani e venticinque coloni morti. L’altra grande rivolta scoppiò proprio in Virginia, per mano del predicatore Nat Turner che si sentiva una messia. Finì repressa nel sangue, ma si trattava di una rivolta diversa, nel 1791 era scoppiata la rivoluzione di Haiti, che aveva portato fisicamente all’indipendenza degli indigeni dalla Francia, moralmente a una nuova coscienza dei neri d’America.

Le rivolte non erano più solo per la liberazione personale, erano contro la supremazia di una razza sull’altra. Alcuni storici sostengono che le rivolte furono poche perché gli schiavi erano rassegnati, altri ancora (una minoranza) credono all’idea del “padrone buono e lo schiavo felice”, io penso che la questione fosse puramente demografica: i bianchi erano numericamente superiori.
Non so storicamente quanta parte abbia avuto la rassegnazione. So che di fronte al cadavere di George non possiamo rassegnarci.
Lui dovrebbe essere vivo. Ma la morte di George Floyd ha origini antiche.

Cecilia Alfier

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