Schizofrenia, nei capelli il marker spia: speranze per una diagnosi precoce

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Nei capelli una spia per la Schizofrenia, l’enzima Mpst apre la strada a nuove possibilità.

Scoprire la schizofrenia ancora prima che si presenti con i primi segnali, la spia pare si trovi proprio nei capelli: si tratta dell’enzima MPST.

Questo enzima, se presente in quantità elevate, rileva la presenza di un’alterazione biochimica del cervello nata di conseguenza a uno stress infiammatorio che si presenta nelle prime fasi di sviluppo della malattia.

Scoperto l’enzima MPST: cosa cambia?

La scoperta dell’enzima MPST è un grande passo avanti nello studio della schizofrenia, questa spia molecolare presente nei capelli non solo permetterà lo sviluppo di test per la diagnosi precoce ma apre anche la strada alla scoperta di nuovi farmaci.

I primi a scoprire questo enzima sono stati i ricercatori del gruppo giapponese Riken Center for Brain Schience, che hanno pubblicato i loro risultati sulla rivista scientifica Embo Molecular Medicine.

Come funziona?

Uno dei sintomi più frequenti della schizofrenia è l’eccessiva reattività ai rumori, che stando a quanto scoperto dagli studiosi è dovuta propria alla presenza del Mpst: l’enzima, infatti, produce grandi quantità di idrogeno solforato.

Dopo numerosi studi con i topi di laboratorio anche le analisi post-mortem di alcuni pazienti schizofrenici confrontati con persone sane hanno confermato la scoperta degli studiosi.

Cosa cambia?

I ricercatori partendo dall’ipotesi che Mpst potesse diventare un marcatore della malattia hanno proseguito gli studi cercando di quantificarne la presenza in 150 malati di schizofrenia.

Il risultato è sorprendente: nelle persone colpite da schizofrenia, infatti, c’è un aumento dell’enzima rispetto alla norma.

Verso nuovi trattamenti

Benché l’eccesso di Mpst non può essere collegato a tutte le forme di schizofrenia, i ricercato credono che questi risultati possono aprire la strada a nuovi trattamenti farmacologici oltre che a test specifici per la diagnosi precoce.

Il coordinatore della ricerca, il professor Takeo Toshikawa, ritiene che i risultati ottenuti “forniscono un nuovo paradigma per la progettazione di farmaci”.

Al momento i ricercatori stanno valutando se l’inibizione della sintesi dell’idrogeno solforato attenui i sintomi “nei topi colpiti dal modello murino della schizofrenia“,  per poi passare a un’eventuale sperimentazione umana.

Emanuela Ceccarelli

 

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