Lo sciopero della fame del machi porta alla ribalta il conflitto mapuche

La guerra interna cilena tra stato e popolazione indigena mapuche è nota con il nome di conflitto mapuche. Si tratta di un conflitto che ha origini nell’800, a seguito della cosiddetta “Pacificazione dell’Araucania”.

Oltre 100 giorni fa, il leader spirituale mapuche Celestino Cordova, detto anche il “machi”, aveva iniziato uno sciopero della fame, che ha interrotto in seguito alla decisione del governo cileno di accettare alcune delle sue richieste. Tra queste vi è la possibilità di scontare il resto della pena in un centro rieducativo e un permesso di 30 ore per partecipare a eventi tenuti nel suo luogo di appartenenza spirituale. Inoltre, il governo cileno si impegna a migliorare le condizioni carcerarie per tutti i membri della comunità mapuche.

Chi è Celestino Cordova?

Cordova si trova in carcere dal 2014, condannato a 18 anni a causa della morte di una coppia di proprietari terrieri causata da un incendio doloso appiccato da alcuni membri della comunità mapuche, tra cui (ma la sua partecipazione non è mai stata dimostrata) lo stesso Cordova. Il leader aveva iniziato lo sciopero della fame dopo che la Corte di Giustizia cilena aveva rifiutato la sua richiesta di essere trasferito agli arresti domiciliari a causa del covid-19.

Gli effetti dello sciopero

La notizia dell’aggravamento delle condizioni del leader (attualmente ricoverato in ospedale) a seguito del suo sciopero della fame ha richiamato l’attenzione internazionale sul conflitto mapuche. L’ONU ha inviato una commissione per approfondire la questione. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha confermato di aver visitato l’ospedale in cui si trova il leader mapuche, e le prigioni dove altri 26 membri della comunità mapuche si sono uniti al loro leader in uno sciopero della fame. Inoltre, la commissione dell’ONU ha incontrato i leader mapuche, le forze dell’ordine e gli imprenditori della regione dell’Araucania.





L’aggravamento delle condizioni di Cordova ha indubbiamente allarmato il governo di Piñera. La morte del leader avrebbe causato un’ulteriore escalation di violenza nel conflitto mapuche. Inoltre, nelle ultime settimane si sono intensificate le occupazioni di sedi istituzionali da parte dei membri della comunità mapuche, arrivando a scontri razziali tra la comunità indigena e la popolazione cilena. A sostegno della comunità mapuche e del leader Cordova, sono scoppiate proteste in tutto il Cile. La violenza della polizia ha fatto scalpore. A Santiago, ad esempio, la polizia ha risposto alle proteste con cannoni ad acqua e l’arresto di un gran numero di manifestanti, tra cui la figlia dell’ex presidente Michelle Bachelet, Francisca Dávalos, arrestata con l’accusa di violazione della quarantena.

An activist is detained during a protest in support of Mapuche communities members who have been incarcerated and on hunger strike, in Santiago, Chile

Lo scontro: storia e ragioni

Gli scontri tra la popolazione mapuche e lo stato cileno si svolgono principalmente nella regione dell’Araucania. Gli scontri hanno origine nel 1866, anno in cui la legge cilena disconosceva l’autonomia territoriale mapuche e di fatto annetteva il territorio sotto la giurisdizione cilena con la motivazione della promozione dell’economia agricola nazionale. L’ultima protesta venne repressa con forza nel 1881, ma la pratica di togliere terre alle comunità indigene è continuata fino al 1930. Attualmente, le comunità indigene possiedono solamente il 5% del loro territorio ancestrale.

Ad oggi il Cile, nel tentativo di civilizzare la popolazione indigena e di creare un’uniformità etnica cilena, è l’unico paese sudamericano che non riconosce le popolazioni indigene in quanto tali. Infatti, la definizione giuridica cilena le indica come etnie. Questa definizione toglie loro la rappresentanza politica e i diritti che gli indigeni possiedono in paesi come il Perù o l’Ecuador, dove, al contrario, la popolazione indigena è riconosciuta.

Il reinserimento della legge antiterrorismo nel 2001, in seguito ad attacchi diretti e violenti di alcuni membri della comunità mapuche è sfociato nell’occupazione militare della regione.

Il mancato riconoscimento della popolazione indigena da parte dello stato cileno è alla base dell’impossibilità di dialogo tra le due comunità. In un contesto di questo tipo, sembra impossibile trovare una soluzione, almeno nel breve periodo. 

Noemi Rebecca Capelli

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