Lo screening per il cancro al seno è inutile?

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Le statistiche sulla aumentata sopravvivenza (o diminuita mortalità, scegliete voi) da cancro al seno sono certamente un dato di cui rallegrarsi, ci hanno raccontato che è il risultato della combinazione tra avanzamento delle cure e migliore prevenzione, uno screening massiccio delle categorie a rischio (essenzialmente tutte le donne oltre i 50) permettendo diagnosi precoci avrebbe contribuito in maniera decisiva a questo incoraggiante risultato. Ora però qualcuno mette in dubbio questo assunto, una ricerca condotta presso l’università di Aarhus (Danimarca) e pubblicata su International Journal of Cancer afferma che il trend positivo è merito solo del miglioramento dei trattamenti, non dello screening per il cancro al seno, almeno per quanto riguarda la Norvegia, lo studio infatti analizza dati provenienti da quel paese.
Innanzitutto occorre fugare un dubbio sul senso di una ricerca come questa, non è un invito alle singole cittadine a non controllarsi, anche perché è ovvio che se non ti controlli non scopri di essere malata o lo scopri troppo tardi. Non a caso la ricerca viene dall’avanzatissima Danimarca su dati dell’altrettanto avanzata Norvegia, paesi in cui lo screening massiccio per il tumore al seno è promosso dalla sanità pubblica, il senso è proprio chiedersi: ma i fondi utilizzati per queste campagne, se non fanno poi tutta questa differenza, non sarebbe meglio destinarli altrove? Per esempio: le cure dei malati e la ricerca di nuove terapie.



Ma cosa esattamente hanno scoperto il professor Henrik Støvring e gli altri autori della ricerca? Si è trattato di uno studio di coorte che ha preso in esame i dati di un ampio campione di donne norvegesi, queste donne sono state divise in tre gruppi, quelle che hanno diritto allo screening gratuito, quelle più giovani e quelle più vecchie. In base a questi dati che prendono in esame un arco temporale lungo decenni (donne nate nel periodo 1896-1982 e decessi per cancro al seno nel periodo 1987-2010) si è potuta osservare una diminuzione della mortalità che è pressoché identica nei tre gruppi, donne nella fascia di età dello screening, donne escluse perché più giovani e donne escluse perché anziane. Il senso della ricerca è anche che con tutte queste mammografie vengono scoperti tumori davvero microscopici che vista la lenta crescita in molti casi non avrebbero dato segni fino alla morte naturale della paziente (ecco perché già ora lo screening non viene fatto su donne più anziane) lasciando lei vivere una vita più serena e facendo risparmiare soldi al sistema sanitario pubblico. Il fatto è che attualmente la mammografia non è in grado di dirci quali di questi tumori cresceranno velocemente e in maniera aggressiva, un’ipotesi che lo stesso Støvring avanza è: se invece che fare tante mammografie ci si organizzasse in modo che un medico esperto potesse fare una palpazione del seno periodicamente? Non è un caso che questa ricerca sia uscita oggi in Danimarca, la scorsa settimana a Copenaghen si è tenuta la conferenza Preventing Overdiagnosis 2018 a cui hanno assistito 450 ricercatori di trenta paesi, il problema della sovradiagnosi sta ricevendo sempre più attenzione, perlomeno nei paesi occidentali dotati di programmi di screening nazionali.

Roberto Todini

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