Scrittrici che usano l’anonimato e gli pseudonimi maschili: tentativo di difesa o di sfida?

Molte scrittrici hanno adottato nomi maschili o pseudonimi ambigui di genere per delle motivazioni principalmente legate alla società troppo maschilista e patriarcale. Partendo da Virginia Woolf e analizzando alcuni esempi di autrici, ci avviciniamo di più a questo argomento che ancora oggi, purtroppo, è molto presente nel mondo lavorativo.

Fonte immagine:https://it.wikipedia.org/wiki/Femminismo
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Nel corso del tempo, le donne non potevano coltivare il loro talento e nemmeno la letteratura ha sconfitto questa disparità di genere. Le scrittrici che si nascondono dietro gli pseudonimi o l’anonimato

Una stanza tutta per sè, saggio sperimentato e discusso nell’ottobre del 1928 durante due conferenze a tema “Le donne e il romanzo”, è per Virginia Woolf l’occasione giusta per elaborare in maniera sistematica le sue riflessioni sull’universo femminile e la storia letteraria della donna. Questo saggio viene considerato un vero e proprio Manifesto della condizione femminile. La Woolf, senza troppi giri di parole, descrive “la riprovevole povertà ” del sesso femminile e conclude dicendo che una donna per poter scrivere, ha bisogno di “una stanza tutta per sè” e di “denaro“, cosa ovviamente non facile all’epoca.

Attraverso varie digressioni, l’autrice mostra così  la storia di alcune scrittrici, partendo da Aphra Behn, Jane Austen, dalle tre sorelle Brontë e per finire con George Eliot. La caratteristica principale che accomuna queste grandi menti è l’uso degli pseudonimi o dell’anonimato per essere pubblicate e, successivamente, lette. A quel tempo, uno stereotipo diffuso era che l’attività di scrivere fosse una prerogativa maschile,

Scrittrici donne che usano l’anonimato e gli pseudonimi maschili: tentativo di difesa o di  sfida?

Le sorelle Brontë

Currer Bell, Ellis Bell e Acton Bell sono gli pseudonimi maschili usati rispettivamente da Charlotte, Emily e Anne Brontë, utilizzati soprattutto per scappare dai pregiudizi dell’epoca ottocentesca.

Jane Austen

La Austen, scrittrice prima di rapporti sociali, poi d’amore, in tutti i suoi romanzi si firma con “A Lady”, per combattere ciò che all’epoca vedeva nella donna un essere incapace.

Mary Ann Evans

Mary Ann Evans adottò il suo noto pseudonimo maschile George Eliot. L’autrice credeva che un nome maschile avrebbe scoraggiato gli stereotipi femminili dell’epoca.

Louisa May Alcott

La penna talentuosa di “Piccole Donne” usò principalmente lo pseudonimo maschile A.M. Barnard.

Mary Shelley

Moglie di Percey Shelley, l’autrice di “Frankestein” e di “Rivendicazioni dei diritti della donna“, fu costretta ad usare l’anonimato o la firma del marito stesso.

Ann Radcliffe

Ideatrice del romanzo gotico, l’autrice de “I Misteri di Udolpho” non potè pubblicare i suoi capolavori utilizzando il suo nome; benzì, decise di utilizzare l’anonimato, anche perchè  il XIX secolo non gradiva le donne che narravano storie cruente, castelli maledetti e figure terrificanti.

La disparità di genere non finisce: le donne e il mondo del lavoro oggi

L’articolo 3 della Costituzione Italiana dichiara che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali“. Ciò dunque dimostra che essere donna o uomo non implica svantaggi per uno dei due generi, ma anzi, entrambi occupano lo stesso posto sulla scala sociale. Purtroppo, questo articolo è uno dei controsensi della Costituzione.

ln particolare nel mercato del lavoro le donne subiscono discriminazioni di genere che impediscono loro di esprimersi al massimo delle capacità. Basti pensare alle domande che vengono poste (solamente) alle donne durante colloqui: tutte riguardanti il matrimonio e l’intenzione di avere o no dei figli. Tutto questo perché ciò potrebbe implicare un ostacolo per l’azienda.

Solo rendendosi conto di uno svantaggio del femminile sarà possibile correggere il modo con cui il lavoro delle donne viene analizzato.  La diversità non deve rappresentare un ostacolo, ma deve essere un valore aggiunto che porta solo ricchezza e profitto.

Asia Baldini

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