L’incredibile storia dello scultore Franco Romani . LA MIA ARTE “IMPOSSIBILE” VENUTA DALL’ALDILA’

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Katia Ricciarelli

Di Roberto Allegri

 

Un paio di mesi fa, è scomparso all’età di 79 anni, Franco Romani. Ai più, il suo nome non dirà nulla. Ma Romani era un grande artista, un vero “caposcuola” nel suo genere. Dietro il suo talento c’era una storia incredibile, che sembra uscire da un romanzo di fantascienza. Romani infatti non aveva mai studiato arte, non sapeva neppure che da parte cominciare. Aveva avuto un grave incidente e quando si era svegliato dal coma si era ritrovato con sorprendenti ed inspiegabili capacità. Intrecciando semplici fili di rame, Romani “scolpiva” alberi di tutte le forme e dimensioni, con una precisione e una ricercatezza di particolari da togliere il fiato.Schivo e riservato, non facava molte pubblicità a se stesso. Ma organizzava mostre che incantavano i critici e aveva ricevuto dall’Accademia Tiberina il titolo di “caposcuola della scultura filiforme”. I suoi alberi di rame si trovano oggi persino alla Casa Bianca, nel Principato di Monaco e anche nel Tesoro Vaticano.

Avevo avuto la fortuna di conoscerlo, di guardarlo in bottega a lavorare. Accanto alla sua abitazione a Biella, Franco Romani aveva ha allestito una sorta di mostra permanente che assomigliava tanto ad un museo di botanica. Centinaia di piccoli alberi di rame, di tutte le specie, erano raccolti sugli scaffali. Tutte opere uniche che l’artista metteva spesso in mostra per scolaresche e appassionati. In quell’occasione, mi aveva anche fatto dono di una sua scultura che ora tengo sulla mensola della libreria, davanti ai romanzi di Jack London.

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Foto di Nicola Allegri

Per ricordare la sua scomparsa, voglio riportare la sua storia, così come lui me l’aveva raccontata.

   <<Era il 1967 quando ebbi un incidente alla schiena>>, mi aveva detto. <<Furono necessarie due operazioni ma senza che il mio problema venisse risolto. Cinque anni dopo, fu necessario un altro intervento, per fare un esame con un mezzo di contrasto. Ma quella volta, qualcosa andò storto ed entrai in coma.

<<Quando mi svegliai ero nella mia stanza all’ospedale. Ricordo che mi sentivo bene. Non avevo alcun dolore. Scostai le lenzuola e mi sedetti sul letto. Lì accanto c’erano dei medici. Parlavano tra loro e dicevano che stavo morendo. “Cosa dite? Io sto bene.” mi lamentai ad alta voce. Ero tra il preoccupato e il divertito. Ma loro non mi sentivano. Incuriosito, mi ero alzato, ero andato da loro ma quando avevo allungato la mano per toccarli, le mie dita avevano attraversato i loro corpi come se fossero fatti di fumo. Allora mi spaventai. Mi voltai verso il letto e vidi me stesso. Ero là, sdraiato sotto le coperte. Non riuscivo a capire. Di colpo, la stanza svanì e mi ritrovai in un altro posto>>.

<<Era un prato immenso, verdissimo. Un giardino meraviglioso, pieno di pace. Era così bello che mi faceva venire voglia di correre come un bambino. Mi sentivo felice e leggero. Notai però una cosa curiosa: in quel prato non c’era neppure un albero. Potevo vedere solo il cielo e la sterminata distesa d’erba. E all’improvviso fui di nuovo in ospedale>>.

   <<Stavolta vicino al letto dove stava rannicchiato il mio corpo, c’erano alcuni amici. Piangevano e mi supplicavano di non morire. Io stavo per dire loro di non temere, che ero vivo e vegeto, quando mi trovai ancora una volta in quel prato immenso. Come mi resi conto di essere tornato in mezzo all’erba, sotto i miei piedi si aprì una voragine. Ma non vi caddi dentro. Rimasi invece a mezz’aria, galleggiando. Sul fondo di quel pozzo profondissimo, vedevo una luce. Saliva verso di me e si faceva più forte man mano che si avvicinava. Quando mi raggiunse sentii come una scossa e poi la voce di uno dei medici che diceva: “Sta piangendo. Si sta svegliando”. Aprii gli occhi, mia moglie era accanto a me. Ero stato fuori coscienza per quasi un’intera giornata>>.

<<Mi ingessarono fino al collo e dovetti restare immobile per diverso tempo. Un giorno, mentre ero costretto dal gesso sulla poltrona del salotto, mi ritrovai tra le mani dei fili di rame che stavo sistemando per mio figlio. Fuori dalla finestra riuscivo a scorgere un albero di mele. Ripensai allora a quello che avevo vissuto mentre ero in coma, a quel campo bellissimo ma senza alberi. E d’istinto mossi le dita, intrecciando i fili di rame a fare proprio il ritratto a quel melo che vedevo dalla finestra. Tra le mie mani mi ritrovai una piccola scultura lucente, di un realismo davvero stupefacente. Quello fu il mio primo albero>>.

   <<Da quel momento non mi sono più fermato. Ho scolpito con il rame gli alberi di tutto il mondo. Mi sono messo a frequentare i parchi, i giardini e gli orti botanici e ho “fatto il ritratto” agli alberi di tutte le specie. Stavo accanto a loro, li toccavo con le mani, sentivo la loro energia. Poi a casa li riproducevo con il rame. Alcuni esperti videro i miei lavori, se ne entusiasmarono. Mi dissero che ero l’unico in quell’arte e l’Accademia Tiberina mi fece “Caposcuola”. Da allora ho fatto decine e decine di mostre e una trentina di collettive in tutta Europa. Lavoro tutti i giorni e non riesco a stare mai lontano dai miei alberi.>>

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