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Home Cultura

Scuola: tra povertà e periferie le disuguaglianze si accentuano

di admin
30 Ago 2019
in Cultura
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Un tempo la scuola era considerata l’ascensore sociale per eccellenza, il mezzo ideale per uscire da una condizione di marginalità, ma a giudicare dai dati più recenti sembra che oggi le cose stiano diversamente.

Anzi, la povertà va di pari passo con il fallimento dell’offerta formativa: al milione e mezzo di ragazzi che vivono in condizioni d’indigenza la scuola offre molto poco non solo in termini di lotta alla dispersione e canali di socializzazione, ma anche di biblioteche, palestre, laboratori. E così il percorso didattico rischia di diventare un cammino in cui le disuguaglianze, anziché diminuire, si accentuano.

Il IX Atlante dell’infanzia a rischio curato da Save the Children mostra come a Roma e a Genova il 70% dei ragazzi abitino all’interno delle periferie; a Palermo e a Napoli il 60%, mentre a Milano la cifra s’attesta intorno al 43. Spazi di disagio, non-luoghi spesso mal serviti e mal gestiti in cui il degrado urbano si mescola a quella testarda voluttà amministrativa che tende ad ammassare i problemi sociali verso i confini delle metropoli.

Posti in cui mancano il verde, le aree ricreative, le oasi pensate per giocare e socializzare, non di rado piagati da fenomeni come l’inquinamento delle strade, l’illuminazione inadeguata e la criminalità diffusa. E, guarda caso, a Roma nei quartieri residenziali i laureati sono quattro volte quelli che si riscontrano nelle zone prossime al raccordo.

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E’ infatti nei quartieri più vulnerabili che si cela il più alto numero di NEET (“Not in Education, Employment or Training”), i ragazzi che non vanno a scuola, ma neppure lavorano né frequentano corsi di formazione, tant’è che a Milano il principio è il medesimo: in zona Tortona i NEET sono il 3,6%, a Triulzo Superiore il triplo (14,1%). Dati che appaiono confermati da quelli INVALSI, i quali hanno rivelato un profondo divario tra Nord e Sud Italia cui corrisponde quello tra studenti del centro e delle periferie, fenomeno questo trasversale che si riscontra da Napoli a Genova.

Piagata dall’abbandono precoce, salito al 14,5%, e da un abbassamento generale dell’offerta formativa, la scuola è in condizioni d’allarme: oltre 800 mila studenti su circa 7 milioni l’hanno lasciata prima del tempo negli ultimi tre anni.

Un fenomeno che interessa soprattutto gli alunni che frequentano le medie e il primo biennio delle superiori. L’istituto cerca d’intervenire con i mezzi che ha, spesso sporge denuncia, ma non sempre riesce a sensibilizzare le famiglie e a convincere i ragazzi a tornare. Bisognerebbe correre ai ripari, invece in Italia la spesa per l’istruzione prevista per il 2020 è pari solo al 3,5% del PIL, più di un punto sotto la media europea (circa il 4,7%).

E’ dai tagli al bilancio che provengono le maggiori difficoltà affrontate da presidi e docenti, a cominciare dai maxi-accorpamenti pensati per il risparmio. Un solo dirigente, una sola segretaria e meno personale per un enorme istituto comprensivo composto magari da sette o otto plessi, a volte anche molto distanti tra loro, impossibili da gestire in termini di risorse e anche sul piano organizzativo. A volte i soldi dello Stato non bastano neppure per la carta igienica, figurarsi per quella delle fotocopie, e le famiglie sono costrette ad autotassarsi, andando così ad accrescere il divario sociale.

Insomma: più i bambini sono poveri, meno la scuola funziona. Eppure è proprio nelle zone più piagate dal disagio sociale che un tempo l’istruzione diveniva la via d’uscita per eccellenza, nell’Italia del Dopoguerra e del boom: che cosa è successo dopo, tra una riforma e l’altra e soprattutto tra un taglio e l’altro?

Camillo Maffia

Tags: famigliaGenovaistruzioneItaliaMilanonapolinord ItaliapalermoperiferiepovertàromaSave the ChildrenScuolaSud Italia
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