Sea Shepherd: stop all’asportazione e al commercio delle pinne di squalo

Non tutti sanno che gli squali sono fondamentali per la tutela e la salute dell’ambiente marino ma, purtroppo, sono anche tra gli animali più a rischio. Un recente aggiornamento della Lista Rossa IUCN delle Specie Minacciate ha classificato il 36% di tutti gli squali  come vulnerabile, a rischio o a rischio critico. La maggior parte di squali oceanici e diverse razze continuano a diminuire principalmente a causa della sovrapesca per ricavare le pinne di squalo.

Perché si pescano gli squali?

Questa domanda sorge spontanea poiché, probabilmente, a meno che non si sia stati di recente in Islanda o in Cina, lo squalo non rientra nella propria dieta ideale, e per molti risulta strana la sola idea che possa essere commestibile. Purtroppo, invece, gli squali, e in particolare le loro pinne, sono sfruttati per preparare la zuppa di pinne di squalo, una specialità della cucina cinese. La preparazione di questa zuppa si ottiene dalle pinne di squalo ricavabili da una grande varietà di specie. Per ottenere le pinne di squalo si è diffusa la pratica del finning, il cosiddetto spinnamento dello squalo.

Questa pratica consiste nella rimozione delle pinne dell’animale, molto spesso mentre è ancora in vita. Dopo essere stati pescati e spinnati, infatti, gli squali vengono rigettati in mare ancora vivi ma senza le pinne. In questo modo si ritrovano incapaci di nuotare in modo efficace e sprofondano nei fondali marini, morendo per soffocamento o mangiati da altri predatori.

Shark Finning, pinne di squalo e profitti

Lo spinnamento degli squali consente ai pescherecci di incrementare la propria redditività. Le pinne, infatti, sono considerate le parti più pregiate di questi pesci, e vengono vendute a peso d’oro nei mercati asiatici. Secondo la cultura popolare asiatica, i ‘principi attivi’ presenti nelle pinne di questi animali garantirebbero benefici per la salute. Ovviamente non vi è alcun fondamento scientifico, e dietro le morti atroci di questi animali c’è solo superstizione e ignoranza. Negli anni si è sviluppato un vero e proprio business legato al commercio di pinne. La pesca di squali e lo spinnamento sono diventate opzioni lucrose per i pescatori, che in poco tempo si sono specializzati in questo tipo di caccia utilizzando delle piroghe adatte.

L’UE e il mercato di pinne di squalo

L’Unione Europea è, purtroppo, tra i principali esportatori di pinne di squalo al mondo, e nelle sue acque è alimentato quel business che continua a causare la morte di questi animali. L’UE rappresenta un ingranaggio fondamentale che sta alla base di questo terrificante mercato. Dal 2013, il regolamento dell’Unione EuropeaFins Naturally Attached ’ vieta lo sbarco delle pinne di squalo nelle acque e sulle navi dell’UE. Secondo il regolamento le pinne devono rimanere attaccate alla carcassa fino a quando la nave scarica nel porto. Solo dopo possono essere separate dall’animale ed esportate in Asia. La caccia agli squali prosegue  e tra questi animali alcuni appartengono alle specie più a rischio, come lo squalo mako dalle pinne corte, e lo smeriglio. Si tratta di una caccia massiva che in ogni caso comporta danni irreversibili per gli ecosistemi marini.

Sea Shepherd per la salvaguardia degli squali

Sebbene l’asportazione delle pinne a bordo delle navi e nelle acque dell’UE sia vietata, l’Europa resta uno dei maggiori esportatori di pinne di squalo, oltre che un importante centro di transito per il commercio mondiale. Le ispezioni sono rare e le pinne vengono tuttora illegalmente conservate e sbarcate nell’UE. Per questo motivo è intervenuta la Sea Shepherd Conservation Society, un’organizzazione senza scopo di lucro che si occupa della salvaguardia della fauna ittica e degli ambienti marini. I membri della Sea Shepherd si definiscono eco-pirati, e navigano sotto bandiera olandese, intraprendendo tattiche di azione diretta e campagne di informazione, per proteggere la vita marina e divulgare notizie a riguardo per informare il pubblico.

I membri della Sea Shepherd hanno condotto un’indagine investigativa per tre mesi, nell’ambito della loro campagna mondiale per la difesa degli squali, Operazione Apex Harmony, appurando che le spedizioni di pinne di squalo stanno continuando ad arrivare in Cina grazie a linee aeree provenienti da Paesi che si erano impegnati a dire di no allo spinnamento. Inoltre si continua a praticare il riciclaggio di pinne prese da specie di squali la cui pesca è illegale. Camuffandole all’interno di consegne di pinne da specie ancora pescate legalmente, per quanto non sostenibili.

La campagna ‘Stop Finning – stop the trade’

Come per la maggior parte delle questioni ambientali, se la prima grande sfida è riuscire a cambiare le regole, la seconda è far si che vengano rispettate. La legislazione europea si è mostrata insufficiente, c’è ancora chi viola le regole del sistema, agendo in modo fraudolento usando false dichiarazioni. Per questo Sea Shepherd, nel gennaio 2020, ha lanciato l’iniziativa ‘Stop Finning – Stop the trade’ con l’obiettivo di cambiare la legislazione europea e mettere fine al mercato illegale di pinne di squalo. Se quest’iniziativa avesse successo la Commissione Europea potrebbe decidere di proporre una nuova regolamentazione. Si tratterebbe di un passo avanti rispetto al quadro giuridico attuale, che ancora rende possibile il commercio di pinne.

Il regolamento (UE) n. 605/2013Fins Naturally Attached ’ deve essere esteso all’esportazione, importazione e transito. Questo è quanto richiede l’iniziativa lanciata da Sea Shepherd e alla quale sono chiamati ad aderire tutti i cittadini europei. Tutti i cittadini hanno, infatti, la possibilità di votare questa iniziativa entro il 31 gennaio 2022, sul sito ufficiale dell’Iniziativa dei Cittadini Europei, inserendo i dati del proprio documento d’identità o accedendo tramite SPID. Per far si che la discussione sia portata in Commissione Europea saranno necessarie almeno un milione di firme. Ciascuno, quindi, nel suo piccolo può fare qualcosa, per salvaguardare il futuro degli squali, vittime impotenti, e dell’intero ecosistema marino.

Marta Chiara Buiatti

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