L’illusione dei numeri: perché rischiamo di sottovalutare la seconda ondata

Il rischio, ora, è quello di trasformarci in esperti di statistica presso noi stessi: prendiamo una manciata di numeri, un po’ relativi a marzo e un po’ a ottobre e il gioco è fatto. Ma la statistica, purtroppo, non funziona così e i dati non sono fatti per dirci quello che vogliamo: rischiamo infatti di bearci nella tranquillità di questa lettura falsata della realtà e di sottovalutare la seconda ondata. Vediamo perché. 




Tra i vari complottismi e cospirazionismi collegati alla pandemia, da qualche settimana si è fatta largo una corrente nuova. Se prima infatti c’erano i negazionisti del Covid, i no mask e tutto il carrozzone procontagio, ora si fanno avanti coloro che negano la seconda ondata. Sulle bacheche di Facebook, infatti, imperversano le polemiche e le immagini di confronto tra i dati impietosi di marzo e quelli un po’ meno brutali di ottobre 2020. Insomma, in una colonna vengono elencati i nuovi positivi, i decessi, i tamponi e la percentuale di positivi sul totale dei test svolti. I dati non sono falsi, ma la loro lettura, senza gli strumenti opportuni di filtro e di comprensione delle dinamiche pandemiche, può portarci ad adottare comportamenti pericolosi. In parole povere, rischiamo di bearci nella tranquillità dell’altissimo numero di tamponi e di sottovalutare la seconda ondata.



I dati sono migliori, d’accordo

Il numero dei tamponi è decuplicato, i pazienti in terapia intensiva sono poco più di un decimo e i ricoverati meno di un quinto rispetto a quelli di marzo. E non solo gli utenti Facebook hanno tentato di leggere un’eccessiva preoccupazione dietro alle nuove misure, ma anche alcuni quotidiani, come Il Giornale, si sono accodati alla fila dei negazionisti della seconda ondata.



La chiave è l’andamento

Ma cosa c’è di sbagliato nella lettura di dati che, in fin dei conti, corrispondono alla realtà? Nulla, se non l’impossibilità di cogliere l’andamento del trend. I numeri da soli, infatti, non dicono molto. Anzi, ci consolano. Un lavoro molto più scrupoloso e approfondito è invece ad esempio quello di Luca Gattuso di Radio Popolare, che ogni giorno mette a disposizione grafici e tabelle per rendere più comprensibile l’andamento della pandemia.

Non una diminuzione, ma una crescita più lenta

Da questi confronti, che partono da agosto (per i casi) e da giugno (per i ricoveri), si nota un andamento più che lineare: i casi non stanno diminuendo, semplicemente stanno crescendo più lentamente. Il virus ci mette semplicemente di più ad arrivare agli stessi valori, ma ci arriva. Forse non avverrà tutto in modo precipitoso come a marzo, ma le terapie intensive rischiano di nuovo il collasso. Il cuore del problema è proprio questo: il trend è abbastanza lento da permettere in tempo la creazione dei posti che serviranno nelle terapie intensive?

Dati corretti, ma conclusioni sbagliate

L’immagine che circola, poi, fa un confronto tra due date precise: il 23 marzo e l’8 ottobre. Al 23 marzo eravamo già in lockdown da quasi due settimane e i dati erano comunque agghiaccianti. L’unico messaggio che possiamo trarre rispetto ai confronti con i numeri di marzo è che abbiamo più tempo: è come se, al posto di un’alluvione che ci devasta la casa in modo improvviso e inaspettato, le nostre tubature avessero una perdita. Se non si interviene in tempo e tenendo la situazione controllata, il risultato rischia di essere lo stesso.

I numeri, quindi, non sono tutto, perché devono essere letti all’interno di un contesto e con capacità di confronto e spirito critico, spesso non ottenibili da una sommaria infarinatura di statistica. Sarebbe davvero bello se la pandemia si fermasse, ma i dati parlano e non stanno dicendo questo. E, soprattutto, non possiamo far dire ai dati quello che vogliamo sentire.

Elisa Ghidini

 

 

 

 

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