Proprietà straniere in Serie A, obiettivi e bilanci. Anche il Parma diventa americano

L’ultimo caso in Serie A è quello dell’acquisizione delle quote di maggioranza del Parma da parte dell’imprenditore statunitense Krause. Ad agosto, il suo connazionale Friedkin aveva rilevato la proprietà della Roma. Questi sono solo alcuni esempi di un fenomeno che sta caratterizzando il maggior campionato calcistico italiano. Stiamo parlando del tema delle proprietà straniere in Italia. Qualche decennio fa ciò sarebbe stato impensabile, ma oggi è realtà. Sei società di Serie A sulle venti totali sono gestite da imprenditori non italiani.

Proprietà straniere

Ma vediamo da dove provengono gli imprenditori che hanno deciso di investire in Serie A. Quattro sono le proprietà americane. Ai citati Friedkin e Krause, si aggiungono Commisso (Fiorentina) e il fondo Elliott (Milan). Una quella canadese, rappresentata dal presidente del Bologna Saputo. Una, per finire, anche quella cinese. La famiglia Zhang, che, attraverso Suning, controlla l’Inter. Nelle serie inferiori si trovano altri esempi di questa tendenza. In B, il Venezia, già in precedenza presieduto dallo statunitense Tacopina, è controllato dall’americano Niederauer. In C, infine, il Como è di proprietà della società SENT Enterteinment Ltd, della famiglia indonesiana Hartono.

Le proprietà del passato

Una situazione impensabile in passato, si diceva. Fino agli inizi degli anni Duemila, infatti, la normalità per una squadra di Serie A consisteva nell’essere controllata dal cosiddetto imprenditore-tifoso. Questa figura era caratterizzata dalla tendenza ad investire nel club proprie risorse personali, allo scopo di raggiungere risultati sportivi di livello. Così facendo, però, molti club si sono indebitati, costringendo i proprietari alla cessione. Gli organismi internazionali (su tutti l’Uefa) hanno pensato, allora, a sistemi quali il Financial Fair Play per imporre ai club limiti di spesa, in relazione alle entrate.

Le cause del cambiamento

Fin qui il ragionamento fila. Il presidente-tifoso investe ingenti cifre, poi si stanca e cede la società. Ma come mai un numero sempre maggiore di proprietari è straniero? Le ragioni sono tre. Innanzitutto, la crisi economica del 2007-2008 ha messo in difficoltà l’Italia, costringendo molti imprenditori a rivedere le priorità. Tutto ciò si è aggravato quest’anno a causa del Covid-19. In secondo luogo, il calcio sta diventando un fenomeno globale. Se prima, in alcuni paesi, esso era praticamente sconosciuto, dagli anni Duemila non è più così. Ciò grazie a globalizzazione, tv, web, tournèe estive e merchandising. Infine, molti imprenditori stranieri vedono l’acquisto di una società calcistica come un investimento che produrrà ricavi. Questo, per le regole che limitano gli investimenti nei club e li invitano a sfruttare merchandising e plusvalenze dovute alla cessione di calciatori. Senza dimenticare le entrate da sponsor, diritti tv e vendita di biglietti e abbonamenti.

Bilancio

Se ad alcune proprietà va lasciato tempo prima di esprimere un giudizio, per altre è possibile fare un primo bilancio. Mentre Inter e Bologna, alla loro seconda esperienza con proprietà straniere, sembrano sulla buona strada, più tortuosa pare quella del Milan. I nerazzurri, dopo la parentesi dell’indonesiano Thohir, hanno lo scorso anno raggiunto la finale di Europa League. I rossoneri, passati dal cinese Yonghong Li al fondo statunitense Elliott, paiono in ripresa e proveranno a migliorare il sesto posto della scorsa stagione. Da ricordare, infine, l’esperienza alla Roma dell’americano Pallotta, che ha ceduto quest’anno la società a Friedkin. Se molti tifosi non gli perdonano di aver venduto tanti campioni in nome del bilancio, è impossibile dimenticare la storica semifinale di Champions League conquistata nella stagione 2017-2018, con l’epica rimonta contro il Barcellona.

Simone Guandalini

 

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