Sette anni per cambiare il mondo

Fridays For Future


Sette anni, 102 giorni, 12 ore, 6 minuti e 8 secondi.

«Questa è probabilmente la serie di numeri più importante al mondo», ha detto Andrew Boyd.

Questa serie di numeri indica il tempo che ci resta prima di superare l’ultimo punto di non ritorno e generare una catastrofe climatica irreversibile. A scandire il tempo è l’orologio – il cosiddetto “Climate Clock”, di cui si è parlato molto nelle scorse settimane – installato in pieno centro a Manhattan, sotto (sopra) gli occhi di tutti, dove nessuno può ignorarlo.

Inaugurato sabato 19 settembre nell’ambito della Climate Week, che in Italia è culminata con lo sciopero per il clima del 9 Ottobre, il countdown è stato installato sotto la supervisione degli artisti Boyd e Golan. Il “Climate Clock” si basa sui più recenti dati dell’IPCC, gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sul clima: in mancanza di efficaci interventi entro il primo gennaio 2028, le temperature della Terra sono destinate ad aumentare ben oltre gli 1,5 gradi Celsius, limite massimo stabilito dall’Accordo di Parigi.

L’opera ricorda il “Doomsday Clock”, l’orologio dell’apocalisse, un’iniziativa ideata nel 1947 da un team di scienziati dell’Università di Chicago, che consiste in un orologio metaforico che misura il pericolo di una ipotetica fine del mondo a cui l’umanità è sottoposta, in cui la mezzanotte è sinonimo di catastrofe mentre i minuti che la precedono rappresentano la distanza stimata dall’evento in questione.

Dopo i picchi del 1953 e del 1960, a causa del superamento delle 23.000 testate nucleari esistenti, dell’avanzare dei cambiamenti climatici e dell’indebolimento della cooperazione internazionale, il 2020, che sembra non essere certo un periodo fortunato, è divenuto l’anno di massima vicinanza alla mezzanotte, con appena 100 secondi.

L’obiettivo dell’Accordo di Parigi è considerato un traguardo ambizioso, ma in realtà significherebbe fermarsi sull’orlo del baratro. Quand’anche fossimo miracolosamente in grado di raggiungerlo – al momento dovremmo avere una probabilità del 5 per cento – vivremo in un mondo molto meno ospitale di quello che conosciamo e molti dei cambiamenti in corso saranno nella migliore delle ipotesi irreversibili.

Ecco perché poche settimane fa siamo scesi di nuovo in piazza in tutta Italia per rimettere al centro l’emergenza climatica. Il 9 ottobre ci sono state manifestazioni in oltre 100 città in tutta Italia, da Torino a Bari, da Trieste a Palermo. Sono state manifestazioni diverse da quelle a cui eravamo abituati, perché i cortei interminabili di un anno fa erano vietati dalle norme anti-covid. Decine di nostri attivisti si sono quindi svegliati di prima mattina per disegnare nelle loro piazze delle croci per terra ogni metro e mezzo, permettendo così di mantenere il distanziamento fisico e garantire uno sciopero in sicurezza. E non solo: a Torino e in diverse città emiliano-romagnole, per esempio, gli striker hanno dato sfogo alla loro creatività e determinazione, per riuscire ad influenzare la politica anche quando si gira dall’altra parte.

Cos’è successo a Torino? Dopo la manifestazione classica della mattina, che ha coinvolto diverse centinaia di studenti, 8 attivisti si sono incatenati all’ingresso del Palazzo della Regione Piemonte. La promessa era di rimanere lì fino a quando la Regione non avesse accettato di ascoltare e mettere in pratica le richieste che il movimento porta avanti a livello regionale. Dopo oltre 5 ore di incatenamento, il vicepresidente della regione – Fabio Carossio – è sceso per discutere faccia a faccia con gli attivisti. Durante l’incontro, il vicepresidente si è impegnato a consegnare personalmente le nostre richieste al presidente Cirio e ha dichiarato l’impegno della Regione a discuterle entro un mese.

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In Emilia Romagna invece, i gruppi locali in occasione dello sciopero hanno inscenato un DIE-IN di massa per mostrare ai passanti quali sono le conseguenze della crisi climatica ed ecologica, se non saremo in grado di affrontarla. “Il futuro di noi giovani è messo all’asta” ripetevano gli attivisti. Perché proprio in Emilia? Perché la Regione Emilia-Romagna sta garantendo il permesso ad ad ENI, l’azienda più inquinante d’Italia e la trentesima nel mondo, di continuare a fare del palese greenwashing attraverso la costruzione del nuovo impianto di stoccaggio di CO2 presentato a Ravenna in pompa magna. Il progetto, che sappiamo essere fonte d’orgoglio per l’assessore Colla e il presidente Bonaccini, sfrutterà i fondi del RecoveryFund per continuare a cercare e sfruttare nuovo petrolio e metano, con la promessa che dalla CO2 prodotta si ricaverà idrogeno blu. Ed è riuscita addirittura a convincere la regione che si tratti di produzione di energia da fonti rinnovabili!

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Siamo davvero felici di aver visto migliaia di persone manifestare per il clima in tutto il paese, ma la battaglia non finisce qui. Quei sette anni, 102 giorni, 12 ore, 6 minuti e 8 secondi di cui parlavamo sopra, dal momento in cui avete cominciato a leggere, si sono già ridotti di un centinaio di secondi. Con la stessa velocità, voleranno via anche i giorni, i mesi e poi gli anni. E se non avremo fatto niente, il nostro Pianeta cambierà in modo irreversibile.

Come hanno detto gli ideatori del Climate Clock in una recente intervista, “l’umanità ha il potere di aggiungere tempo all’orologio. Ma solo se lavoriamo collettivamente”.

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