Settore agroalimentare in ginocchio: la guerra in Ucraina impenna i prezzi

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Drastico aumento delle materie prime e del carburante nel settore agroalimentare. Italia tra i paesi più colpiti.

Lo scontro militare al confine ucraino rischia di di ripercuotersi negativamente sul settore agroalimentare europeo, non solo a causa dell’aumento dei costi energetici, ma anche sotto l’aspetto degli scambi commerciali.  Il fenomeno non è da sottovalutare, soprattutto quando una potenza agricola importante come l’Ucraina inizia improvvisamente a produrre ed esportare molto meno cibo. Si tratta di una ricetta per il disagio sociale, la sofferenza umana e i disordini politici, sia all’interno del paese che oltre.

Ucraina: il “granaio d’Europa”

L’Ucraina è da decenni considerata uno dei principali esportatori agricoli del mondo. Durante la stagione di commercializzazione 2019-2020, il Paese ha spedito 57 milioni di tonnellate di grano ai mercati internazionali, rappresentando circa il 16% delle esportazioni globali di grano. Una posizione vantaggiosa che, ancora prima dello scoppio del conflitto, è stata minata dalle condizioni di siccità causate dai cambiamenti climatici, registrando una drastica diminuzione delle esportazioni.

Il Paese è stato a lungo classificato tra le aree agricole più produttive della Terra – sotto la vecchia Unione Sovietica era considerato “il granaio” della Nazione -ma a causa del conflitto in corso,  sta ulteriormente diminuendo la produzione e di conseguenza, minacciando la stabilità dei prezzi alimentari in tutto il mondo.

Quando una potenza agricola importante come l’Ucraina inizia improvvisamente a produrre ed esportare molto meno cibo, è una ricetta per il disagio sociale, la sofferenza umana e i disordini politici, sia all’interno del paese che oltre.

Un cortocircuito nel settore agroalimentare italiano

Ismea, l’istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, rileva che le esportazione del mercato agroalimentare ucraino verso i Paesi europei hanno assunto una valenza economica pari a 5,4 miliardi di euro nel 2020.

In questo scenario, l’italia acquista dall’Ucraina oli grezzi di girasole frumento tenero e mais. E proprio in riferimento al mais, Ismea segnala che l’importante ruolo dell’Ucraina, il nostro secondo fornitore dopo l’Ungheria, con una quantità di poco superiore.

Nei primi 10 mesi del 2021 le importazioni complessive di mais si sono ridotte in volume del 13% annuo. Una situazione che suscita diverse preoccupazioni vista la consistente riduzione della produzione interna di, corrispondente a -30% negli ultimi 10 anni. L’Italia è infatti costretta ad importare materie prime agricole a causa dei bassi compensi riconosciuti agli agricoltori che sono stati costretti a ridurre di quasi 1/3 la produzione nazionale di mais negli ultimi 10 anni, durante i quali è scomparso anche un campo di grano su cinque con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati. Molte industrie hanno preferito continuare ad acquistare per anni in modo speculativo sul mercato mondiale anziché garantirsi gli approvvigionamenti con prodotto nazionale attraverso i contratti di filiera sostenuti dalla Coldiretti.

La guerra sta innescando un nuovo cortocircuito sul settore agroalimentare nazionale che ha già sperimentato i guasti della volatilità dei listini in un Paese come l’Italia che è fortemente deficitaria in alcuni settori ed ha bisogno di un piano di potenziamento produttivo e di stoccaggio per le principali commodities, dal grano al mais fino all’atteso piano proteine nazionale per l’alimentazione degli animali in allevamento per recuperare competitività rispetto ai concorrenti stranieri. – Ettore Prandini , presidente di Coldiretti

Raddoppiano i costi del carburante e delle materie prime

Quest’anno sono praticamente raddoppiati in Italia i costi delle semine per la produzione di grano per effetto di rincari di oltre il 50% per il gasolio necessario alle lavorazioni dei terreni, ma ad aumentare sono pure i costi dei mezzi agricoli, dei fitosanitari e dei fertilizzanti che arrivano anche a triplicare. Nonostante questo, segnala Coldiretti, il grano duro è pagato agli agricoltori nazionali meno di quello proveniente dall’estero da Paesi come il Canada dove è coltivato peraltro con l’uso del diserbanti chimici vietati in Italia.

Per fermare le speculazioni a livello internazionale e garantire la disponibilità del grano occorre lavorare per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi, quantitativi e con prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione, come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali.

Fabio Lovati

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