Sfruttamento e lavoro minorile, così si produce il cotone in molti paesi

Tra i dieci principali paesi produttori di cotone, solo tre non utilizzerebbero sfruttamento e lavoro minorile. Sono questi gli allarmanti dati del Dipartimento del Lavoro americano, riportati dall’Economist. Gli unici paesi virtuosi della top ten sono Stati Uniti, Messico e Australia. Tra i diciassette Stati del mondo che producono il cotone attraverso lavoro forzato o minorile figurano, invece, Cina, Egitto e Argentina. Lo sfruttamento minorile è un tema che per fortuna nel mondo occidentale appartiene ai secoli scorsi. Ma non dappertutto è così. E allora, come spiegare questi dati? E perchè non si può evitare che chi produce cotone in questo modo lo venda?

La produzione del cotone

Per quanto riguarda la prima domanda, la risposta è semplice. Sfruttamento e lavoro minorile derivano dai vantaggi economici per i produttori. Per quanto riguarda il lavoro minorile, oltre ai salari dei bambini, più bassi di quelli degli adulti, da sottolineare che le loro piccole mani siano molto apprezzate per alcuni lavori.

Per il secondo quesito serve, invece, una risposta più complessa. Innanzitutto, non tutti i paesi condannano lo sfruttamento e il lavoro minorile. In secondo luogo, non è così semplice nemmeno per i grandi brand internazionali (utilizzatori finali del cotone) capire quale cotone sia “etico” e quale no. Infatti, sono tanti i passaggi che portano il cotone dalla piantagione all’azienda finale che lo metterà sul mercato.




C’è, infatti, una filiera intermedia. Essa comprende quelle aziende che separano le fibre dai semi di cotone. Quelle che raccolgono il cotone da tutto il mondo per rivenderlo. I produttori di filati. I tintori. I finitori. Infine, le aziende che creano i prodotti finiti, che sono le uniche che, effettivamente, entrano in contatto con i brand internazionali, utilizzatori finali. I quali, dunque, difficilmente, anche volendo, riuscirebbero a risalire tutta la filiera del cotone.

Le soluzioni esistono

In che modo mettere fine a tutto ciò? Alcune soluzioni potrebbero giungere da esempi positivi che si stanno registrando in alcuni paesi del mondo. In particolare, in Brasile, Stati Uniti e Uzbekistan.

Il Brasile ha provato a risolvere il problema del lavoro minorile attraverso un inasprimento delle leggi. In particolare, ha messo in atto un incremento delle pene ed è aumentato l’impegno degli ispettori mandati sul posto a controllare le aziende agricole. Queste misure hanno effettivamente portato buoni risultati.

Gli Stati Uniti, invece, hanno provato a vietare l’importazione di cotone di quei paesi, su tutti la Cina, che, per lla produzione, fanno affidamento su lavoro forzato e minorile (in particolare, in Cina sono gli uiguri ad essere sfruttati a questo scopo). Anche in questo caso, i dati dimostrano il raggiungimento di qualche risultato, anche se la Cina presenta, comunque, un mercato interno in grado di sopperire alle mancate esportazioni.

L’Uzbekistan è forse l’esempio più virtuoso. Il paese asiatico, infatti, partiva da una situazione molto difficile, perchè sotto la presidenza Karimov aveva visto un forte incremento soprattutto del lavoro minorile nei campi di cotone. Attualmente, però, anche grazie alle sanzioni internazionali, le cose stanno cambiando. In particolare,  con la nascita di cooperative che si occupano della produzione del cotone. Esse riassumono al loro interno tutti i passaggi della filiera che porta il cotone dai campi alla vendita, riducendo, così, la dispersione. Inoltre, l’Uzbekistan ha incentivato la presenza di esperti stranieri, che, occupandosi di gestire le aziende agricole locali, hanno facilitato la meccanizzazione di molte attività, aumentando i guadagni e riducendo il bisogno di manodopera sfruttata.

Il futuro

Questi dati sono incoraggianti, ma l’incertezza e la crisi economica dovute al Covd-19 potrebbero peggiorare le cose. Si prevede, infatti, un calo generale della produzione di cotone nel mondo, che nello scorso anno, secondo l’International Cotton Advisory Committee, aveva toccato le 26 milioni di tonnellate, facendo del cotone il prodotto non commestibile più coltivato. Inoltre, le difficoltà economiche di molti Stati potrebbero frenare gli investimenti nella meccanizzazione della coltivazione del cotone, facendo risalire il bisogno di forza-lavoro umana.

Simone Guandalini

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