Sfruttamento made in Italy: caporalato e schiavitù dietro il cibo che mangiamo. Intervista a Diletta Bellotti

Lunedì 8 febbraio abbiamo incontrato Diletta Bellotti in diretta Instagram per parlare di caporalato e sfruttamento del lavoro.

Quando ci sediamo a tavola dovremmo chiederci da dove proviene il cibo che mangiamo, o perché costa così poco in certi casi. È ormai un fatto che il settore agroalimentare è un terreno fertile per l’attività mafiosa, che si traduce in un giro d’affari di circa 25 miliardi di euro. Si tratta di un problema gravissimo e ovviamente, ancor prima che economico, è un problema di diritti umani. Perché purtroppo dietro il cibo che mangiamo potrebbero esserci situazioni di sfruttamento, violenze, devastazione ambientale e problemi legati alla salute, tratta di esseri umani. Esseri umani che sono invisibili, isolati, ghettizzati e ridotti letteralmente in schiavitù.

Diletta Bellotti, è un’attivista per i diritti umani che combatte per dare visibilità alle lotte dei braccianti, italiani e migranti, che vengono sfruttati nelle nostre campagne. Dopo un’analisi teorica dei movimenti bracciantili nel contesto dell’agromafie, si è trasferita nell’insediamento informale di Borgo Mezzanone, nel foggiano, per entrare in contatto diretto con questa realtà. Ha poi dato vita alla campagna mediatica #pomodorirossosangue e ha portato la sua protesta in diverse città d’Italia.

Come ti sei avvicinata all’attivismo e come mai hai deciso di interessarti proprio alle lotte bracciantili?

Quando studiavo diritti umani e migrazioni all’università un’amica pugliese mi diede un libro: Ama il tuo sogno di Yvan Sagnet. A quell’epoca ero in un’altra prospettiva. Studiando diritti umani davo per scontato che sarei andata ad occuparmene in altri paesi, che è un approccio neocolonialista. Ma leggendo quel libro, parallelamente ad altre letture sul post-colonialismo, ho unito i puntini. Anche recuperando lo studio sui processi mafiosi, di cui mi ero occupata in triennale, ho capito che questa era la mia tematica.

Quando sei all’università tutti ti dicono che devi trovare quello che conta per te, ma anche qualcosa dove ci sia un vuoto di linguaggio. E io mi sono appassionata tantissimo a questo tema. All’inizio l’ho fatto come ricerca puramente teorica, cercando di capire perché i movimenti socio-politici dei lavoratori e delle lavoratrici della terra non fossero riusciti ad ottenere visibilità. Da lì è partito tutto, compresa la lotta pratica. E ora sono tornata a fare ricerca.




Parlaci della protesta che hai portato in tante città italiane

Durante i miei studi avevo cercato di individuare quali fossero gli elementi di questo discorso così complesso che riguarda lo sfruttamento dei lavoratori legato al contesto mafioso e allo sfruttamento della manodopera a livello globale. Ho cercato di risolvere la complessità di questo discorso in tre simboli: la bandiera italiana, che rappresenta l’orgoglio di essere italiani legato al cibo, il cibo stesso e il sangue, che rappresenta il dolore dei lavoratori migranti e italiani morti o sfruttati nell’agricoltura. Ho iniziato da sola a Venezia (a giugno 2019) e piano piano in ogni piazza si sono unite a me sempre più persone che mi hanno aiutata a portare avanti la campagna di sensibilizzazione e informazione. Adesso stiamo per iniziare una newsletter e ci saranno tantissime persone, quasi una settantina, che mi aiuteranno a fare informazione su questa tematica.

Il fenomeno del caporalato è estremamente diffuso, eppure la maggior parte delle persone probabilmente ne ha una conoscenza abbastanza superficiale. Ci puoi spiegare cosa si intende esattamente quando si parla di caporalato?

Il caporalato è un sistema di mediazione illegale che recluta e organizza la manodopera. È un sistema di impiego che nasce e si rafforza nell’informalità. Quindi, come la maggior parte dei sistemi mafiosi, scova e si infiltra in quei vuoti istituzionali per rafforzarsi con delle strutture criminali. I caporali sono delle persone che mediano il lavoro. Storicamente il lavoro veniva organizzato così e in seguito si è formalizzato attraverso i contratti. Questo è un aspetto interessante perché ci porta a chiederci qual è la natura del lavoro e perché il lavoro diventi qualcosa così facilmente oscurabile.

La risposta la troviamo nei nostri sistemi economici, che sopravvivono in un’invisibilità, ovvero nella possibilità di sfruttare delle persone che spesso non hanno la possibilità di ribellarsi. Persone che non hanno strumenti per creare movimenti socio-politici, anche se ci sono delle eccezioni, come il primo movimento migrante in Italia della masseria di Boncuri nel 2011. Oppure il movimento che sta portando avanti Aboubakar Soumahoro dopo l’assassinio del sindacalista Soumaila Sacko. Quindi delle eccezioni ci sono, ma sta anche a noi italiane e italiani occuparci del problema. Anche gli italiani e le italiane sono sfruttati nell’agricoltura, e sta a noi che non siamo sfruttati fare da cassa di risonanza per le loro battaglie.

Il caporalato purtroppo non esiste solo in Italia. Qual è la situazione negli altri paesi?

In Europa è molto presente anche in Spagna ad esempio. Chiaramente è un fenomeno legato all’economia agricola, ma anche a quei paesi dove arrivano più migranti, spesso irregolari o senza permesso di soggiorno. Però è presente anche in paesi come la Turchia. Nei paesi dove è presente una forte industria tessile possono esserci fenomeni di caporalato, perché appunto il caporale è un mediatore. È una cosa legata al lavoro e alla possibilità di sfruttare il lavoro, di sfruttare le persone rendendole invisibili e vulnerabili. Ovviamente i sistemi mafiosi rafforzano questa invisibilità e ne traggono beneficio, però è un fenomeno presente ovunque.

A livello legislativo il contrasto al caporalato è a buon punto? Come valuti la legge n.199/16 che si pone come obbiettivo di combattere il caporalato?

Questa legge modifica la legge del 2011 e ha apportato diversi miglioramenti, per esempio il fatto di non criminalizzare esclusivamente i caporali ma di vedere tutto il sistema. Credo che questa legge sia fatta bene e debba essere applicata. Ma serve tutto il resto, le leggi non sono abbastanza. Serve aiutare le aziende affinché non cadano in questi sistemi, creare delle reti che aiutino i braccianti ad uscire da queste situazioni, lavorare con le associazioni locali. Serve avere una certificazione per il cibo.

Non solo biologico, ma anche etico, per non sfruttare né la terra, né i lavoratori, né gli animali. Sicuramente gli strumenti legali ci sono, però sta a noi cittadini ed elettori fare delle pressioni sui governi affinché vengano applicati e si creino tutti gli strumenti possibili per evitare che le persone finiscano in queste situazioni. Creare strumenti contro l’invisibilità e contro la marginalità, perché quello che accomuna gli sfruttati non è l’etnia ma è la marginalità e la povertà, il fatto di non avere potere contrattuale contro le violenze.

Come tutti i fenomeni anche il caporalato ha avuto e ha tutt’ora una sua evoluzione. Tant’è che negli ultimi anni sono state accertate, anche attraverso procedimenti giudiziari, nuove forme di caporalato: un nuovo “caporalato urbano”, come ad esempio nel caso dei riders

Ovunque ci sia la possibilità di sfruttare (che sia il lavoro, la terra o qualsiasi altra cosa), questo accade. Quindi dobbiamo capire come prevenire lo sfruttamento ogni volta che ci sono dei sistemi fragili, come era ovvio che sarebbe stato quello del food delivery. Just eat è stata commissariata per caporalato, ed era ovvio che sarebbe accaduto perché le persone lavoravano in condizioni inimmaginabili.

La questione dei riders è un aspetto molto forte di questa tematica perché la maggior parte delle persone che vive in città non ha davvero idea da dove venga il nostro cibo. Mentre i riders sono visibili, si sa chi sono e c’è già un’identificazione del fenomeno molto più forte. È per questo che credo tantissimo nella lotta dei riders e cerco di supportarli come posso perché è una lotta di tutti.

Quello che vediamo è l’evoluzione del movimento: la lotta contro lo sfruttamento del lavoro, contro il caporalato si deve necessariamente evolvere perché è il processo stesso di sfruttamento che si modifica. Il caporalato nasce come un sistema contadino e di paese e diventa una dinamica globale e poi arriva alla soglia delle nostre città. Questo avviene quando noi non affrontiamo come umanità un problema: arriva alla soglia delle nostre porte. E questo è il segnale che va risolto, non abbiamo scelta.

Tu sei molto attiva e molto seguita sui social, che hanno ovviamente il vantaggio di poter raggiungere tantissime persone. D’altra parte il linguaggio dei social è spesso un linguaggio semplice ed immediato. Come si riesce a fare attivismo senza correre il rischio di semplificare messaggi importanti?

Sarebbe opportuno non fare attivismo solo online, non solo per un fatto di semplificazione e alienazione. Durante la prima quarantena sono stata molto attiva sui social, avevo anche più tempo per occuparmi delle cose che mi stanno a cuore. Però poi la prima volta che sono tornata in una piazza, con la protesta di Black Lives Matter, mi sono ricordata perché stavo facendo tutto questo. Poi ci sono delle tematiche, per esempio il bullismo o il revenge porn, per cui è possibile rimanere online ed essere efficaci. Ma per le lotte che porto avanti io è più difficile. Si tratta di un compromesso, forse irrisolvibile. All’inizio non avevo nessuna intenzione di imbarcarmi in questa cosa, ma è giusto sfruttare lo strumento dei social.

Hai affrontato delle difficoltà maggiori in quanto attivista donna?

Tra le e persone che mi seguono circa il 75-80% sono donne. Forse per questo motivo ho subito meno odio online. Quando ho iniziato succedeva più spesso. Poi quando capita ci devi fare i conti, anche se è una cosa che fa malissimo. È una cosa che succede molto di più online. Può succedere anche in piazza, ma lì la sento più come una cosa empowering perché sento che sto rioccupando uno spazio politico su una tematica importantissima. E lo faccio in quanto giovane donna, quindi la vedo come una pratica femminista molto importante.

Per quanto riguarda la responsabilità di ognuno di noi, come facciamo a sapere se il cibo che compriamo deriva da situazioni di sfruttamento? E quanto le nostre scelte possono incidere sulla lotta contro il caporalato?

Questo dipende sempre da quanto si crede al potere della domanda e dell’offerta. Non avendo una certificazione obbligatoria a livello nazionale o a livello europeo abbiamo molte difficoltà a fare scelte di consumo etico. Ci sono dei prodotti che si autocertificano: potete trovarne alcuni sul mio profilo al link “compro sostenibile”. È una realtà crescente, ma al momento sono solo una quindicina. Ad esempio NoCap, fondato da Yvan Sagnet: è una realtà che sta aiutando tante aziende a certificarsi. Io credo tantissimo in questo tipo di lavoro dal basso.

Le istituzioni devono necessariamente fare dei passi avanti, ma credo molto nelle piccole realtà che portano avanti atti di resistenza continui. Quello che possiamo fare è sostenere queste realtà e quando non riusciamo a capire l’origine o la tracciabilità di un prodotto è sempre preferibile la filiera corta. Ad esempio comprare da un agricoltore diretto, andare nei mercati rionali, anche facendo domande dirette per rendere responsabili le persone. Ovviamente tutte le scelte di consumo etico presuppongono un privilegio, sia economico ma anche riguardo alla possibilità di informarsi.

Dove ti informi? Hai avuto esperienze dirette o parlato con persone sfruttate?

Io ho iniziato leggendo. Sul mio profilo si trovano tanti libri per approfondire questa tematica. Ci sono anche tantissimi documentari, per esempio su RaiPlay. Poi sono stata in un insediamento informale e ho conosciuto delle persone che hanno vissuto questa realtà. E da lì ho conosciuto sempre più persone perché basta davvero guardarsi intorno un po’ di più: ci sono tantissime persone che sono state sfruttate in questi sistemi.

Secondo te i consumatori sarebbero davvero disposti a pagare di più per un prodotto libero dal caporalato? La società è istruita sulla problematica?

Non credo che ci sia una comprensione abbastanza ampia del caporalato che consenta a tutti di fare delle scelte di consumo. Ed è per questo che serve una certificazione etica obbligatoria. Non è giusto che il peso del lavoro sfruttato da parte delle aziende ricada sui consumatori. Questa gap tra il costo di un prodotto accessibile e quanto un prodotto davvero costa deve essere colmato non dai singoli cittadini ma dalle aziende o dalle istituzioni, creando un mercato più giusto.

Ci sono dei risultati che hai ottenuto di cui sei particolarmente fiera? E quali sono i tuoi prossimi obbiettivi?

È una lotta molto lunga. Forse la cosa più bella che mi sento di aver fatto è di aver ispirato i miei amici e le persone vicine. Magari non nello specifico sulla lotta contro il caporalato, ma nell’essere un po’ più consapevoli, più appassionati a delle tematiche importanti e anche un po’ più arrabbiati. Come prossimo obbiettivo vorrei continuare ad approfondire la tematica anche da altri punti di vista. Ad esempio ora sto approfondendo il tema del diritto agroalimentare, di cui ammetto che sapevo poco. E poi ci sono obbiettivi a lungo termine, come quello della certificazione.

 

Giulia Della Michelina

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