Sfruttamento minorile: una Giornata Mondiale per ricordarci che è ancora una realtà, più vicina di quanto pensiamo

Oggi si celebra la Giornata Mondiale contro lo Sfruttamento del lavoro Minorile.

La ricorrenza nasce nel 2002, istituita dall’International Labour Organization, per portare consapevolezza e attenzione su un fenomeno diffuso in tutto il mondo. L’intento della giornata è quello di riunire governi, società, organizzazioni lavorative, allo scopo di trovare una soluzione che porti a terminare questa forma di sfruttamento.

Sfruttamento minorile, uno sguardo globale

Il lavoro minorile, infatti, è ancora tristemente diffuso; soprattutto nei paesi in via di sviluppo, coinvolti in conflitti e disastri, in cui la manodopera dei più piccoli rappresenta una risorsa economica non da poco.
Le persone nel mondo che subiscono queste gravi situazioni sono circa 1,5 milioni di cui un terzo sono minori. È stato calcolato che un bambino su quattro è vittima di privazione dei diritti fondamentali.
L’Africa è in cima alla classifica, seguita da Asia, America Latina e Caraibi.

Secondo l’Unicef sono oltre 150 milioni i bambini tra i 5 e i 14 anni coinvolti in questa triste dinamica.
Gli ambiti in cui è forte lo sfruttamento minorile sono purtroppo molti e disparati: dall’estrazione di minerali alla produzione di capi di vestiario e oggetti del nostro uso quotidiano, fino allo sfruttamento sessuale e quello militare.

I prodotti dello sfruttamento

Nelle cave e nelle miniere, ad esempio, il 20% dei lavoratori ha tra gli 11 e i 18 anni: le condizioni di lavoro sono durissime e pericolose. Un esempio lo fornisce il Congo, nelle cui miniere i bambini vengono utilizzati per estrarre coltan e cobalto, minerali utilizzati nell’industria hi-tec, ad esempio per i cellulari.
Altri ambiti sono quelli della coltivazione di prodotti esotici come tè e banane destinati ai mercati esteri. I paesi maggiormente coinvolti sono Bangladesh, India e Nepal. Qui molti minori muoiono o riportano gravi danni alla salute a causa della manipolazione dei pesticidi.

Non dimentichiamo, poi, l’industria tessile. In paesi come Tailandia, Cina, Indonesia e India, in cui la scalata industriale è in atto, a pagare le spese della nostra moda sono i più piccoli. In questo contesto lo sfruttamento minorile è ben nascosto: in Indonesia, ad esempio, il lavoro minorile è legalizzato se si ferma alle quattro ore quotidiane. È facile immaginare che tale norma non sia rispettata e venga usata come sotterfugio. I giovani impiegati in queste industrie hanno per lo più tra i 10 e i 12 anni e sono sottoposti a lunghi e duri turni di lavoro.

Questi sono solo alcuni degli ambiti in cui si estende lo sfruttamento minorile, ma non sono ovviamente gli unici. Essi comprendono anche la produzione di giocattoli, destinati a bambini di altre parti del mondo; tessuti per tappeti; smaltimento di rifiuti tossici, come quelli tecnologici.

Pensavo che la scuola fosse solo per i ricchi. Noi eravamo poveri, e dovevamo lavorare. Io ho cominciato da piccola, in una fabbrica di vestiti, e riuscivo a mantenere la mia famiglia. Facevo magliette, “t-shirt” le chiamavano i compratori stranieri. Quando sono rimasta senza lavoro, è stata dura. Soprattutto per la mia famiglia.
(Kamala, ex operaia tessile)

Altri ambiti dello sfruttamento

In alcuni contesti i bambini vengono ceduti dalle famiglie stesse come “moneta” per pagare un debito difficile da estinguere. Così viene a crearsi una generazione di schiavi che difficilmente può essere scardinata se non si interviene alla base, rompendo la catena di causa-effetto.

Un altro ambito in cui i più piccoli sono fatti vittime di forme di sfruttamento e di cui si parla poco, è quello dei piccoli domestici. Le famiglie più povere delle zone rurali cedono i loro figli a famiglie più ricche, perché non hanno i mezzi necessari per sostentarli. Un caso rappresentativo è quello dei Restavek haitiani: bambini e ragazzi ceduti a famiglie ricche, incaricati di occuparsi delle faccende di casa e della cura degli altri bambini.
Molti di questi giovani “domestici” sono vittime di abusi da parte della famiglia ospitante. Ma anche nei casi in cui vengano trattati con riguardo, non vanno dimenticati il contesto e le cause. Si tratta di bambini e ragazzi costretti in un ruolo di subalternità, privati delle possibilità dei loro coetanei più fortunati ed abbienti e, andando a ritroso, di famiglie così povere da essere costrette a dire addio ai loro figli.

Turismo sessuale e bambini soldato

Lo sfruttamento minorile, purtroppo, si innesta anche nel contesto della prostituzione illegale. Bambini e bambine vengono avviati alla prostituzione per soddisfare le richieste -tra le altre- dei turisti sessuali di cui, è bene ricordarlo e ribadirlo, l’Italia detiene il triste primato mondiale.
I numeri di bambini coinvolti in questo tipo di sfruttamento sono altissimi: 500.000 in Brasile, 300.000 in Tailandia, 100.000 nelle Filippine. Solo per citare i mercati più “prolifici”.

Anche la guerra è terreno fertile per il reclutamento di minori. Quella dei bambini soldato è una tragedia che si continua a consumare ancora nei nostri giorni. I numeri parlano di circa 300.000 bambini, di età tra gli 8 e i 18 anni, costretti a imbracciare armi e maneggiare esplosivi.
Questi bambini, che possono arrivare anche ad avere solo 4 anni, vengono sottratti con la forza dalle loro famiglie e rapiti. Altri, invece, scelgono questa strada per fuggire dalla povertà in cui versano.
I soldati, per avviarli alle attività militari, li costringono a drogarsi e a sottoporsi ad addestramenti brutali, vòlti a scoraggiare le resistenze psicologiche e renderli più docili e controllabili.

Gli ambiti in cui vengono impiegati sono plurimi: dalla lotta armata al piazzamento di esplosivi; nelle ricognizioni o in azioni di supporto; nei lavori domestici e nella cucina; molti sono vittime di abusi sessuali, reclutati appositamente per questo.
Chi sopravvive a questa vita, se non rimane mutilato, presenta profonde ferite psicologiche indelebili. A queste vanno aggiunte le difficoltà di un reinserimento nella vita sociale: molti non riescono a tornare a studiare e le ragazze che non riescono a sposarsi finiscono nel circuito della prostituzione.

Il reclutamento dei bambini soldato non avviene solo per mano di gruppi armati, ma anche per quella degli eserciti governativi.

Lo sfruttamento minorile in Italia

L’Italia non è immune a queste dinamiche di sfruttamento. Anche se legalmente il lavoro minorile costituisce reato, sono ancora molte le realtà in cui questa dinamica persiste.
Si contano circa 340mila tra bambini e adolescenti costretti a lavorare nel nostro Paese, sfuggendo a controlli e denunce. Alcuni di loro sono avviati a questi lavori dalle loro famiglie con la “scusante” della conduzione familiare.
Molti entrano nel mondo del lavoro dopo aver lasciato la scuola e non c’è ancora una vera e propria strategia a contrastare questo fenomeno: una delle problematiche più influenti, infatti, è la mancanza di dati aggiornati.

Gli ambiti in cui il fenomeno è più diffuso sono quelli della ristorazione, dell’agricoltura, del commercio e dell’artigianato nonché quello della criminalità. Le statistiche contano una percentuale di ragazzi stranieri (27%) coinvolti nello sfruttamento minorile che non rappresentano, però, la maggioranza la quale è composta da giovani italiani (73%)

Cause e possibili soluzioni

Le cause dello sfruttamento minorile, come già accennato, si rifanno a problemi legati alla situazione economica e sociale di un paese.
La prima fra tutte, come facilmente intuibile, è la povertà. Lo sfruttamento minorile, infatti, prolifera in contesti di povertà estrema in cui non si hanno alternative per la sopravvivenza. In questi contesti ai minori sono negati i diritti fondamentali a partire da quello dell’istruzione.

Questa dinamica innesca un circolo vizioso per cui il bambino privato della scuola, una volta cresciuto, sarà un adulto con poche prospettive di riscatto, intrappolato in lavori mal pagati e senza sbocchi.
L’istruzione, inoltre, può essere molto costosa per una famiglia e, alle volte, ritenuta inutile. Più conveniente, invece, andare a lavorare per la sussistenza di tutta la famiglia. È così che molti bambini, fin dall’infanzia, diventano facili prede dello sfruttamento minorile. La loro manodopera conviene a molte aziende perché sono più facili da controllare e a basso costo.

Interventi economici e sociali

Sulla base di ciò, si intuisce come una delle prime soluzioni sia la prevenzione. È necessario modificare la struttura socio-economica di questi paesi che pagano ancora lo scotto di politiche coloniali e di land grabbing. Interventi economici per migliorare l’economia interna, le condizioni delle famiglie e l’accesso all’istruzione sono, dunque, fondamentali. Per debellare la piaga dello sfruttamento minorile, bisogna tutelare i diritti in primis dei genitori partendo da una maggiore paga lavorativa. È di primaria importanza garantire i diritti fondamentali sul lavoro e introdurre divieti lavorativi sulla base dell’età.

Vanno, inoltre, rivisti i rapporti internazionali e commerciali, dal momento che il grosso della produzione derivante dallo sfruttamento minorile è destinata alle aziende dei paesi ricchi e sviluppati.
Se non si interviene in un dialogo tra paesi e nella riformulazione del debito del Sud del mondo, i problemi alla base continueranno a persistere.
Anche guerre e disastri ambientali sono tra le principali cause di povertà e crisi di un Paese. Questi fattori hanno una forte ricaduta sulle economie e i bambini sono i primi a pagarne il prezzo perché, come già visto, costituiscono una fonte economica conveniente.

I bambini: futuro del mondo

I bambini, lo si dice sempre, sono il futuro del mondo. Ma come possono esserlo, se questo futuro gli viene sottratto, insieme alla loro infanzia e ai loro diritti?
La disincentivazione allo sfruttamento minorile deve procedere, poi, di pari passo con le altre iniziative vòlte a migliorare le condizioni generali.
Tutto questo, però, non è possibile senza una reale partecipazione mondiale al tavolo del dialogo. Per quanto ancora vogliamo vivere nell’ipocrisia della nostra indignazione, protetti dal nostro privilegio costruito sulla privazione e lo sfruttamento e non agire concretamente?

Se vivessero tutti in unico Paese i piccoli lavoratori costituirebbero il nono Stato più popoloso al mondo, più grande della Russia
(Save the Children)

 

Marianna Nusca

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