Shirin Abedinirad: il riflesso degli elementi

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Shirin Abedinirad, artista iraniana, pittrice e perfomer, nella sua appena cominciata carriera ha lavorato a delle installazioni, utilizzando degli specchi, così suggestive da regalarci un’emozione dal respiro profondo.


Devo essere una specie di gazza ladra, in realtà. Una gazza ladra attratta dalle cose che brillano, nel caso specifico, dagli specchi: tutto ciò che ha come protagonista uno specchio nell’ambiente mi affascina e mi attira, come mi è già capitato di parlarvi in un articolo precedente. Forse sono più un’allodola, allora. Lo scopriremo nel prossimo articolo.

Nel frattempo, per introdurvi a questa artista, vi invito a pensare allo specchio come portale di contatto; mollate per un attimo tutte le simbologie o il mero uso quotidiano dello specchio e concentratevi solo sull’idea di superficie riflettente che ritrae, ribalta e amplifica lo spazio. Ci siete?

Shirin Abedinirad è un’artista iraniana nata nel 1986 a Tabriz. Nel 2002 ha iniziato il suo percorso artistico con la pittura; ha studiato design grafico e moda all’Università Dr. Sharaty di Teheran. Durante gli studi ha lavorato anche come modella e nel 2010 è stata scelta come volto per una campagna di United Colors Of Benetton e, in seguito, ha continuato a lavorare nel centro di ricerca Benetton di Treviso. È in quel periodo che ha iniziato a fare perfomance artistiche riguardanti l’Iran, confrontando temi riguardo genere, sessualità e compassione umana. Dal 2013 Shirin fa video art e salta da Firenze a Teheran continuando a creare installazioni e video artistici.

Per le installazioni di cui ho scelto parlarvi, il deserto è protagonista. Shirin Abedinirad utilizza, infatti, la grande distesa sabbiosa come tela in cui apporre i suoi punti luce. Sul suo sito è possibile vedere le sue eleganti e imponenti installazioni, così semplici eppure così potenti allo stesso tempo, forse perché legate al mito e alla religione, come nella “Torre di Babele” o nella “Ziggurat Specchiata“; oppure semplicemente perché quello che suggeriscono è un rapporto diretto e intenso con il mondo e la natura che quasi quasi viene voglia di partire e viaggiare come nomadi eremiti nel deserto, alla ricerca di questi specchi.

In “Evocation” (evocazione), un’installazione del 2013, posta nel deserto dell’Iran Centrale, accade proprio quest’ultima cosa. A riguardo, Shirin scrive:

“In Evocation affronto uno tra i più grossi problemi dell’abitare nel deserto: la mancanza di acqua […]. Questa installazione utilizza il potere riflettente dello specchio per portare delle dissetanti piscine di “acqua” nella sabbia. È l’ultimo miraggio nel deserto: a primo colpo gli specchi circolari, parzialmente coperti nell’oro della sabbia, sembrano piccoli stagni. Solo in un secondo momento realizziamo che, in effetti, è il cielo, riflesso sulle dune. Alterando la nostra percezione della natura e offrendoci una visione falsata, sfido la mente umana e gli elementi naturali”

Shirin
shirinabedinirad.com

 

 

 

 

Guardando le foto dell’opera, non solo colpisce l’effetto estetico, già particolare di suo: questi cerchi perfetti, sottili e lisci posti in fila nella morbidezza dorata della sabbia, come un piccolo sentiero di luce. Osservandoli non si può dire con certezza quali, tra l’incontro di due elementi, di due materie così diverse, sia quello che dà più luminosità all’altro; ciò che segna nel profondo è anche l’idea e la suggestione che suscita la vista: sembra acqua, eppure è cielo; parrebbe una necessità di sopravvivenza, invece è un dono immenso, un momento di pace e di grandezza, seppure limitato da un cerchio. Non è acqua, ma pur sempre un’oasi.

Quando ho visto queste foto ho avuto subito il desiderio di viaggiare verso quel deserto, di andare a cercare la fonte e dissetarmi e sorprendermi davanti a uno specchio, dal quale non solo berrei un goccio di cielo ma, incredibilmente, troverei me stessa riflessa.

Un viaggio dentro e fuori, un incontro tra uno sconfinato deserto e un cielo immenso e, tra di loro, noi. Come metafora della vita oppure, semplicemente come meta.

Gea Di Bella

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