Shodo: l’arte giapponese della scrittura che insegna il dominio interiore

Lo Shodo è l’arte giapponese della calligrafia, anche se il lemma italiano non esprime al meglio il significato di questa pratica che non trova un corrispettivo nella cultura occidentale.
Shodo, infatti, vuol dire letteralmente “Via della Scrittura”: non è, quindi, solo una tecnica ma un vero e proprio percorso interiore che coniuga la padronanza del pennello con la padronanza del sé.

Ricerca e comprensione

Di derivazione cinese, la parola Shodo si compone di due lemmi sho, che vuol dire “scrittura”, e do che significa “via”. Questo lemma in particolare (道) ha assunto, col tempo, un significato più ampio di “ricerca e comprensione della vita”. Do indica quell’attività che, con la pratica e la costanza, permette di perfezionare una tecnica e, al contempo, di crescere interiormente. Lo stesso carattere si ritrova nel famoso Bushido, la via del guerriero: in questo caso, ad esempio, il kanji do può essere tradotto come “morale”, “dottrina”, indicando come il Bushido non sia solo un codice di comportamento, quanto piuttosto un sistema di condotta morale che delinea e caratterizza la vita e il modo di vivere del guerriero.
Ecco, dunque, che il do conferisce un più ampio significato, morale ed etico, al termine che lo ospita.

Nascita e stili

Lo Shodo e i materiali utilizzati per la sua pratica nascono in Cina e vengono probabilmente importati in Giappone durante il 400 a.C e inizialmente i calligrafi giapponesi copiavano testi e poesie cinesi.
Le cose cambiano quando, nel periodo Heian (749-1185), parallelamente ai kanji, nell’alfabeto si introduce l’uso dei kana (hiragana e katakana); questo permetterà allo Shodo di caratterizzarsi come arte interamente giapponese.

Gli stili dello Shodo sono di cinque differenti tipologie: il tensho, lo stile dei sigilli; il kaisho, lo stile da cui ogni studente parte per imparare la scrittura giapponese e che si utilizza nella vita di tutti i giorni; il reisho, più sintetico, detto “stile dei funzionari”; il gyosho, una sorta di corsivo, utilizzato in uno stile poco formale; e per finire il sosho, lo stile più astratto e complesso.

Un’arte meditativa

Chi ha approcciato alla scrittura giapponese sa bene come, per imparare i caratteri, sia fondamentale avere determinate accortezze. Anche i kana, infatti, e non solo i kanji, hanno caratteristiche ben definite da rispettare durante la loro stesura: le linee che li compongono hanno un preciso ordine in cui essere scritte; ogni tratto ha un verso e richiede una determinata pressione, che cambia dall’inizio alla fine della stesura, per essere tracciato.
Si percepisce, allora, come anche la semplice scrittura del giapponese di tutti i giorni richieda controllo e mente sgombra. Se trasportiamo questo concetto a un livello più ampio ecco che si capisce la complessità dello Shodo.

Infatti lo Shodo è, come abbiamo detto, un’arte che non si basa solamente sulla tecnica manuale ma anche sulla meditazione. Esso è profondamente legato alle pratiche zen del buddismo, che perseguono l’unione tra mente e corpo; e proprio il corpo ha un ruolo centrale: questo deve essere libero da ogni impedimento o tensione, concentrato solo sull’esecuzione e il movimento del pennello che non deve mai staccarsi dal foglio; in piedi o seduti, la postura da tenere deve essere rilassata e fondamentale è il controllo della respirazione.
Queste caratteristiche ricordano l’esecuzione delle secolari arti marziali orientali: dallo shaolin cinese al karate giapponese, non si tratta solo di forza e combattimento ma di controllo interiore e concentrazione.




Espressione e padronanza del sé

Ecco allora che lo Shodo si configura come una vera e propria disciplina che conduce alla spiritualità completa. Secondo il buddismo zen, infatti, la pratica della scrittura è parte del cammino che conduce all’illuminazione. Per cominciare a muovere i primi passi in questo percorso sono necessari pratica e costanza, un lungo periodo di apprendimento prima di arrivare alla naturalezza del gesto e alla padronanza del pennello.

È da tenere a mente che lo Shodo non tollera ritocchi o correzioni: dominio del gesto e immediatezza sono, quindi, cruciali. Il risultato finale sarà espressione dell’anima dell’esecutore, della sua forza interiore. Per arrivare a questo bisogna dedicarsi con costanza all’apprendimento della tecnica e, successivamente, all’esercizio quotidiano.
Ma cosa si scrive durante l’esecuzione? Semplicemente ciò che si vuole. Si può scrivere una parola, una frase, una poesia. Non è importante la parola scritta in sé, ma l’azione stessa, la concentrazione e la mente sgombra che si dedicano alla stesura sulla carta.
L’atto dello scrivere è il mezzo che permette di esprimere il sé che ha raggiunto la pace interiore, in armonia con la natura e l’universo.

Il cerchio nella simbologia orientale

“Lo spirito deve essere tondo e il principio con cui si scrive è il cerchio”
(He Shao Ji, calligrafo)

Il gesto del calligrafo si compone muovendosi su traiettorie circolari, con movimenti fluidi e ritmati, senza interruzioni: questa è una rappresentazione del fluire della vita e della sua circolarità. Lo stesso concetto e la sua rappresentazione si ritrovano, ad esempio, nello shaolin e nel tai chi chuan cinesi, dove l’esecuzione dei gesti marziali si snoda su percorsi circolari e con movimenti “tondi”. Questa metodologia, questa ricerca del cerchio, che sia nello Shodo o in altre discipline, permette di attingere a una visione dell’esistenza differente da quella cui ci abitua la società: esso esorta al cambiamento ma anche all’accettazione dell’immobilità; all’equilibrio.

Non per niente uno dei simboli per eccellenza della cultura orientale è proprio l’Enso, il cerchio dell’illuminazione, emblema di forza e mente libera; rappresentazione dell’universo: solo chi ha raggiunto completezza spirituale sa disegnare alla perfezione il cerchio dell’illuminazione. Anche il famoso yin/yang, raffigurazione astratta dell’interscambio, dell’equilibrio tra le diverse forze, è un cerchio.
Questa forma, si capisce, racchiude in sé la visione orientale della vita, diversa da quella occidentale che si concentra sulla ricerca delle cause che portano una determinata conseguenza. A differenza di noi, in Cina si ritiene che l’universo sia in una condizione di mutamento continuo, dovuto da un perpetuo e ciclico movimento.

Una visione differente

Conoscere lo Shodo ci potrebbe aiutare a distaccarci dalla mentalità della società in cui siamo iscritti, frutto della cultura occidentale, e provare a guardare le cose da un punto di vista differente. Cambiare prospettiva ci permette di percepire una realtà cui non ci siamo mai approcciati in precedenza e leggerla con nuovi occhi.
Lo Shodo permette di entrare in sintonia con noi stessi e l’ambiente che ci circonda, accettare i mutamenti e capire che essi fanno parte del fluire continuo della vita e dell’andamento dell’universo.

Marianna Nusca

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