Silvia Federici: la strega femminista (e comunista) che vuole cambiare il mondo

I problemi delle donne e le teorie anticapitaliste possono avere una radice comune? Secondo Silvia Federici, possono eccome.

Nata “sotto le bombe”, a Parma, nel 1942, Silvia Federici è la figlia di un professore di filosofia e di un’umile casalinga. E’ una delle più importanti femministe contemporanee, ha 78 anni e le sue teorie risultano più attuali che mai.

Federici fa parte di un gruppo d’intellettuali che da decenni critica il fatto che le società capitaliste non riconoscono, né supportano quello che lei chiama “lavoro riproduttivo”, cioè il lavoro domestico: avere figli, crescerli, curarli, nutrirli e tenerli al sicuro.




Durante la pandemia, con la crisi economica mondiale e le donne spesso costrette a lasciare il proprio lavoro per prendersi cura dei figli, mentre ci si chiedeva quali lavori potessero essere considerati essenziali, le idee di Silvia sono tornate in voga.

E’ all’inizio degli anni Settanta che Silvia Federici inizia a parlare di retribuzione del lavoro domestico ed è stata fondatrice del movimento Wages for housework (salario per i lavori domestici), troppo spesso considerati come “naturali”.

A suo avviso, questa diffusa propensione altro non è che una forma di oppressione economica e di sfruttamento di genere su cui poggia l’intero capitalismo. 

Waves for housework

Cucinare, fare la spesa, occuparsi dei figli viene troppo spesso considerato come una propensione naturale di ogni donna. Eppure, questa è una palese considerazione deformata dal maschilismo.

Anche quando non si tratta di prendersi cura della propria famiglia, sono altre donne (spesso straniere) a occuparsi dei lavori domestici, mal retribuiti e senza previdenza sociale.




Il movimento femminista tradizionale ha preso in considerazione solamente un certo tipo di emancipazione femminile, valutata sulla base dell’occupazione di particolari posti di lavoro.

Secondo la Federici, invece, le donne che restano comunque impantanate nei lavori domestici vengono ignorate sia dal punto di vista sociale che economico.

Dire che vogliamo il salario per i lavori domestici significa denunciare il fatto che i lavori domestici sono già denaro per il capitale, che il capitale guadagna con la nostra cucina, i nostri sorrisi, i nostri rapporti sessuali. Dimostra anche che nel corso degli anni abbiamo cucinato, sorriso, scopato non perché fosse più facile per noi, ma perché non avevano altra scelta. I nostri volti sono ormai deformati da tutti quei sorrisi.

Scriveva Silvia Federici nel saggio Wages against housework, pubblicato nel 1975.

Vogliamo e dobbiamo dire che siamo tutte casalinghe, siamo tutte prostitute e siamo tutte lesbiche. Perché, finché pensiamo di essere qualcosa di meglio, qualcosa di diverso da una casalinga, accettiamo la logica dei padroni, che è divisa. Vogliamo chiamare lavoro quello che è lavoro, per poter riscoprire cos’è l’amore”.

Un lavoro “naturale”

In uno dei suoi scritti, Silvia ha proposto una nuova teoria sul passaggio dal feudalesimo al capitalismo in Europa, raccogliendo prove su come anche il lavoro femminile era controllato dai maschi.

Durante il Medioevo, le donne potevano partorire e allevare la nuova forza lavoro, ma la loro autonomia era ben limitata. Una propensione considerata “naturale” dalla classe maschilista e dominante e chiunque non si adeguasse diventava una strega.

Secondo Federici, il capitalismo non è altro che una transizione violenta del feudalesimo e, dunque, un sistema economico sessista e razzista

“perché deve giustificare le contraddizioni insite nelle sue relazioni sociali denigrando la “natura” di coloro che sfrutta: le donne, i sudditi delle colonie, i discendenti degli schiavi, gli immigrati costretti dalla globalizzazione a lasciare il loro paese”

Non è affatto “naturale” che i tipi di lavoro che coinvolgono sostegno e assistenza siano di competenza di un genere specifico, come non è naturale che le persone siano soggette a un sistema economico appannaggio di pochi beneficiari. Eppure, per Silvia Federici, questa realtà può essere modificata.

L’anno della pandemia

Il Covid ha messo in luce con preponderanza le lacune socio-economiche di tutto il sistema capitalistico mondiale.




Molti lavoratori hanno chiesto vari sussidi economici messi a disposizioni dai governi per poter continuare a vivere dignitosamente. Gran parte di loro era impiegata nel settore dei servizi. Le donne che però svolgono un servizio domestico sono state ignorate. 

Inoltre, con le scuole chiuse, sono state proprio le donne a dover rinunciare alla loro occupazione, temporaneamente o meno, per potersi occupare dei figli. Negli Stati Uniti, così come in Italia, queste donne non sono conteggiate nelle statistiche sulla disoccupazione. Sono magicamente diventate dei fantasmi per società, chiuse nelle proprie abitazioni.

Dunque, non è sorprendente che si chieda un sistema diverso, una società che la smetta di ostacolare la dignità e la via umana se questa cozza con gli interessi della classe dirigente, bianca e spesso fatta di soli uomini.

Non possiamo cambiare la nostra vita quotidiana senza cambiare le istituzioni e il sistema politico ed economico in base al quale sono strutturate

Scrive Federici nel saggio Reincantare il mondo, pubblicato nel 2018. Secondo l’attivista, inoltre, ci sono modi per ripristinare il “valore alla nostra vita”, nonostante un sistema ignorante (e ingombrante).

In questo caso, teorie marxiste e femministe trovano spunto comune: Marx aveva ignorato qualsiasi tipo di forza lavoro che non fossero le “tute blu”, aveva ignorato le miriadi di donne costrette a pulire, lavare, cucinare, fare la spesa, inglobate in un meccanismo  reprimente.

Quindi, perché le critiche marxiste al capitalismo non hanno tenuto conto dei lavori che non sono svolti nel canonico “posto di lavoro”?

Il commoning di Silvia Federici

Negli ultimi dieci anni Silvia Federici ha spostato la sua attenzione sulla necessità d’invertire il processo di profitto per pochi, cercando di recuperare la dignità di tutte le persone lavoratrici, “donne domestiche comprese”.

Silvia propone, dunque, di trasportare il mondo sempre più verso un bene comune, che includono risorse quali la terra e la conoscenza, che in genere sono fuori da qualsiasi tipo di mercato. 

La teoria del Commoning, della condivisione consiste nello spostare la vita sempre più fuori dai confini della mercificazione e dello sfruttamento. Può essere realizzato ovunque, basta che una comunità sia disponibile ad attuarlo.

Troppo spesso la sinistra non si rende conto del potere della comunità

Ha detto Silvia in un intervista del 2019. E a ragion veduta.

Molte sono le comunità che, inconsciamente, già praticano una sorta di commoning, come in Cile, dove le donne hanno messo in comune cibo e lavoro per contrastare i programmi di austerità imposti dal governo.

Non sono le comunità più industrializzate, ma le più coese che sono in grado di resistere e, in alcuni casi, d’invertire la tendenza alla privatizzazione.

Donne operaie, in casa, private della loro dignità lavorativa da un sistema socio economico mortificante e destrutturante. Cambiare quel sistema maschilista e razzista attraverso un commoning che ridia dignità alla vita umana.

Queste teorie innovative, quasi utopiche, sarebbero davvero applicabili in una società dove l’odio e la denigrazione stanno facendo perdere dignità alla vita più del denaro?

Antonia Galise

 

 

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