Sindrome da burnout: un possibile riflesso dello smart working

La sindrome da burnout o semplicemente burnout è una condizione di sofferenza psicologica, frutto di stress cronico e persistente, associato a carichi di lavoro sproporzionati rispetto alle proprie capacità. Un processo multifattoriale relegato al contesto lavorativo, nel quale in seguito a un massiccio e duraturo investimento di energie e risorse, si rischia un vero e proprio sfinimento psichico. In italiano è traducibile come esaurimento, un decadimento emotivo che porta il lavoratore a non farcela più, insoddisfatto e prostrato dalla routine lavorativa.

All work and no play makes Jack a dull boy.

Letteralmente, questo proverbio inglese fa riferimento alla situazione in cui le responsabilità e le necessità lavorative assorbono totalmente le energie dell’individuo fino a consumarle del tutto. Si tratta di un disagio individuale spesso e volentieri caratterizzato dalla percezione di uno squilibrio tra richieste professionali e le risorse disponibili.

Un disturbo non solamente psicologico

Oltre ai sintomi psicologici come stati d’ansia, attacchi di panico, episodi depressivi, possono presentarsi anche sintomi fisici e psicosomatici, come emicranie, colon irritabile e insonnia. Sintomi che si ripercuotono sulla vita lavorativa con un atteggiamento indifferente e cinico o addirittura di distacco mentale nei confronti del proprio impiego. E’ quindi il risultato di un processo graduale, di prolungati periodi di stress cronico e persistente associato al contesto lavorativo.  che si sviluppa in 4 fasi:

  • entusiasmo idealistico, una vera e propria euforia e idealizzazione della professione.
  • stagnazione, l’entusiasmo e il senso di gratificazione diminuiscono mentre comincia a farsi largo la delusione nei confronti delle proprie aspettative
  • frustrazione alla delusione si sostituiscono l’insoddisfazione, la percezione di essere sfruttato e sovraccaricato di responsabilità; il sentimento di essere poco apprezzato spinge verso comportamenti di fuga e/o aggressivi.
  • apatia, ormai la passione è andata a farsi benedire e l’indolenza spinge verso un maggiore disimpegno e alla cosiddetta morte professionale.

Sindrome da burnout lavorando da casa

Teorizzato inizialmente come  un rischio solo per gli operatori sanitari e assistenziali, il burnout è un pericolo per ogni lavoratore se lo stress si trasforma in un mantra e una routine. E’ inoltre un problema ampiamente riconosciuto ma ancora sottovalutato in relazione ai continui mutamenti delle condizioni di lavoro.

Non è il caso di sentirsi in Shining, ma è vero lo squilibrio tra tempo libero e lavoro non fa bene.  La sovrapposizione tra casa e ufficio, per chi non era abituato a gestire in autonomia il proprio lavoro ha decisamente mosso gli equilibri.

Infatti secondo una ricerca condotta su Linkedin il 46% degli intervistati dichiara di sentirsi più stressato e ansioso lavorando da casa. Per il 21% dei partecipanti è difficile staccare la spina a fine giornata. Non riuscirebbero quindi a  godere della propria abitazione o della compagnia dei propri cari. E’ difficile lasciare lo stress dell’ufficio in ufficio se l’ufficio è proprio il salotto. Il 24% è ora solito portare la giornata lavorativa oltre le solite 8 ore, mentre il 48% rivela di lavorare almeno un’ora in più al giorno, svegliandosi prima e sentendosi in obbligo di essere sempre disponibile.




Dopo questo meraviglioso 2020 , sarebbe giusto prestare maggiore attenzione al proprio benessere psico-fisico. Gran parte della colpa sarebbe dovuta alla mancanza del confine tra ufficio e casa, anzi all’invasione dell’ufficio nella tana domestica. In questi termini il tempo libero, guadagnato lavorando da casa, diventa così uno specchietto per le allodole.

Complice l’effetto covid, che ha aumentato il nostro senso di incertezza riguardo al futuro, la sindrome da burnout potrebbe cancellare tutti gli effetti positivi del lavoro agile, se non regolamentato.

Valeria Zoppo

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