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La sindrome della terza cultura: vivere tra culture diverse e trovare la propria identità

di Giulia Ortaggio
17 Giu 2025
in Attualità
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Sindrome della Terza Cultura: Bambini Senza Radici Crescono salute dei bambini italiani la salute dei bambini nel mondo
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La sindrome della terza cultura si riferisce alle esperienze personali, spesso di bambini o adolescenti, che crescono in una cultura diversa da quella dei genitori o del loro paese di origine. Non siamo più vincolati a un solo luogo: in un mondo ormai fortemente globalizzato, le persone si spostano da un paese all’altro con maggiore facilità, soprattutto grazie ai nuovi mezzi di comunicazione e ai lavori a distanza più flessibili. Il numero di persone che hanno vissuto in più paesi, oltre a quello di nascita, durante l’infanzia è in costante aumento.

Quando si viaggia, si trova lavoro e ci si stabilisce crescendo dei figli in un paese diverso da quello in cui si è cresciuti, si dà loro un background multiculturale, provando però un senso di appartenenza a tutto e a nessun luogo contemporaneamente. La ricercatrice e scrittrice Ruth Hill, soffermandosi su temi legati all’identità, all’appartenenza e all’adattamento in un paese straniero, ha così introdotto, insieme al sociologo John Useem, per la prima volta nei primi anni ’50, il concetto di Third Culture Kids (TCK), ovvero bambino di terza cultura.




Il fenomeno della sindrome della terza cultura fa riferimento a tutte quelle persone che hanno trascorso una parte significativa della propria vita sviluppandosi al di fuori della cultura dei genitori. Spesso loro non si identificano con il paese d’origine o la cultura dei genitori; hanno piuttosto dentro di sé un’identità che si è formata vivendo in culture diverse nel corso delle loro fasi di sviluppo.

Chi sono i third culture kids(TCK): un’identità fluida

I bambini che soffrono della sindrome della terza cultura vivono la propria identità culturale in maniera significativamente diversa rispetto ai figli di seconda generazione di immigrati o ai bambini biculturali che crescono al di fuori del paese di origine di uno o di entrambi i genitori, poiché non sperimentano lo stesso livello di transitorietà e spesso, ottenendo la cittadinanza, vi è un’intenzione permanente di rimanere in quel paese.

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Trascorrendo una parte importante della loro infanzia in luoghi diversi dal paese di origine, hanno la capacità di entrare in contatto con culture diverse e questo è un bene, ma dall’altra parte, a causa della mancanza di radici fisse in un paese, non provano nessun senso di appartenenza ad alcuna comunità e ciò ha spesso un impatto sulla loro salute mentale.

Il rischio è quello di attraversare una severa crisi di identità a un certo punto della loro vita, ritrovarsi in difficoltà nell’identificare un luogo in cui si è effettivamente liberi di essere sé stessi; auto-affermarsi diventa faticoso e non si sa più quale sia la loro vera “casa”.

Quando la multiculturalità diventa isolamento

Chi vive questa la sindrome della terza cultura ha sicuramente dei punti di forza unici ed è vero che questa esperienza possa offrire vantaggi come una maggiore adattabilità, ma può anche dare origine a diversi problemi derivanti proprio dalla sensazione di confusione riguardo la propria identità, un senso di disconnessione, sentendosi spesso come se non appartenesse pienamente a nessun luogo, a nessuna cultura.

Nomadismo e solitudine: l’impossibilità di costruire legami duraturi

Se ci si sposta da un luogo all’altro, costruire relazioni profonde e durature può essere veramente difficile a causa di questa transitorietà che caratterizza la propria vita. I TCK provano una disconnessione tale che può portare a un senso di isolamento, perché mentre si cerca di adattarsi si rischia di perdere il proprio senso di identità e la mancanza di stabilità in fase di sviluppo può portare a un senso di incertezza che li accompagnerà fino alla vita adulta.

Si tratta di un’esperienza che può arricchire come può isolare dal mondo circostante ed è proprio adesso, in un mondo sempre più globalizzato, che bisognerebbe prestare attenzione al fenomeno della sindrome della terza cultura. Comprendere questa esperienza è una parte fondamentale per fornire il giusto supporto di cui hanno bisogno: educatori e professionisti di salute mentale giocano qui un ruolo fondamentale nell’offrire il loro supporto così da affrontare le complessità delle loro vite globalizzate.

Giulia Ortaggio

Tags: attualitàbambiniItaliamigrantisindrome della terza culturasocietàsolitudine
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