“Sindrome Italia”, cos’è e perché colpisce le badanti dell’est (e i loro figli)

Approfondimento su un particolare stato depressivo sempre più diffuso tra le assistenti familiari che addirittura, in una clinica rumena, viene trattato e riconosciuto come “Sindrome Italia”

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“Sindrome Italia”, di che si tratta

Esiste un vero e proprio dramma sociale. di cui si parla molto meno rispetto ad altri, che parte dall’Italia e arriva ad est. È la cosiddetta “Sindrome Italia“, uno stato depressivo che colpisce le lavoratrici domestiche che vengono a lavorare nel nostro Paese e anche i loro figli, spesso abbandonati al loro destino in orfanotrofi  oppure affidati alle cure di parenti e amici. Si contano circa 900 mila lavoratori domestici, dei quali la fetta più grande è composta da extra-comunitari, mentre il restante proviene da paesi dell’Unione Europea: in particolare Romania, Moldavia e Ucraina.

Cosa spinge le badanti a partire

La media delle colf che lavorano in Italia sono sottoposte a turni massacranti, senza nemmeno un giorno di riposo, e subiscono trattamenti ai limiti dell’umanità. Ma allora perché lo fanno? L’età media italiana va alzandosi anno dopo anno e il ruolo delle lavoratrici domestiche sta diventando sempre più importante. Spesso queste donne vengono accolte in abitazioni borghesi e ricevono una paga regolare e dignitosa, che le da la possibilità di aiutare a distanza le proprie famiglie. Lavorano per giorni, mesi, anni, talvolta rinunciando anche a nutrirsi in maniera appropriata.

Il burn-out

Dopodiché, per molte, arriva il crollo psicologico. La “Sindrome Italia” inizia a fare capolino. Maria Grazia Vergari, psicoterapeuta e docente presso  la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” di Roma, ha spiegato bene questo fenomeno: “Sotto stress, sviluppano sintomi somatici, quali stanchezza, mal di testa e disturbi gastro intestinali, ma anche respiro corto e fenomeni psicosomatici (ulcere, tachicardia, nausea) che portano ad un’inevitabile abbassamento delle difese immunitarie – ma non è finita qui – Queste donne, che spesso soffrono anche di disturbi del sonno, vanno incontro anche a diversi sintomi psicologici: sentimenti come il senso di colpa verso l’anziano oppure verso la propria famiglia, fallimento, risentimento e cinismo nei confronti della persona assistita. Aggressività, sospetto, paranoia“. Insomma, si cade via via in una profonda depressione, che alle volte sfocia nell’abuso di alcool o farmaci, ma anche nella dipendenza dal gioco d’azzardo. Tutto ciò perché il lavoro di assistente familiare può essere tra i più logoranti e impegnativi, soprattutto nei casi in cui l’assistito soffre di qualche grave malattia e la colf rischia di essere “la seconda vittima della malattia, tale è  il suo coinvolgimento nelle cure”. 



E se decidessero di tornare a casa?

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Quando sono in Italia, le donne avvertono anche una profonda mancanza dei propri familiari, alla quale si aggiunge l’assenza di una rete di supporto che possa “farle respirare” nei momenti in cui non sono assorbite dalle cure ai propri assistiti.  A un certo punto, molte tra queste lavoratrici – soprattutto quelle provenienti dall’Europa dell’est – tornano a casa. Qui trovano un contesto a loro totalmente estraneo: vengono additate come “ricche” e rimproverate da quelle famiglie che avevano lasciato troppi anni fa. È a questo punto che la “Sindrome Italia” si manifesta in maniera ancora più intensa. Il disturbo è stato addirittura riconosciuto e trattato nella clinica di Socola in Romania: “Gli stati ansiogeni e depressivi presentati da queste donne – prosegue la dottoressa Vergari – appaiono legati ad una profonda frattura dell’identità, accompagnata da un affievolimento del senso di maternità, che è percepito in modo colpevole e vergognoso. Nei casi più seri, le pazienti presentano comportamenti psicotici, ossessivo-compulsivi e disturbi paranoidi che, talvolta, possono sfociare anche nel suicidio”. 

Ma il prezzo più alto lo pagano i loro figli

Una moltitudine di bimbi soli, lasciati al proprio destino, che non riescono a riempire il vuoto affettivo con soltanto i pacchi e i bonifici provenienti dalle loro madri. I momenti trascorsi assieme alle proprie madri sono pochi o nulli, perché per la gran parte della propria vita saranno accuditi dal genitore rimasto, dai nonni, ma anche dai fratelli maggiori o addirittura dai vicini. Il benessere di questi minori è compromesso: “Spesso non sono nutriti in maniera adeguata, non hanno interesse nello studio e finiscono per frequentare cattive compagnie – si può parlare anche per loro di “Sindrome Italia” – dal punto di vista psicologico possono andare incontro alla depressione. Esistono anche casi estremi di suicidio. Inoltre, anche per quei bambini che seguono i genitori nel Paese di accoglienza il processo di adattamento è lungo e per niente facile”, conclude la Vergari.

Come attenuare il fenomeno

Alcuni consigli arrivano dall’avvocato Massimo De Luca di Colf Domina – associazione che ha stilato il rapporto “L’impatto del lavoro domestico nei paesi d’origine” – il quale spiega che, innanzitutto dal punto di vista formale, le lavoratrici non dovrebbero mai preferire di essere pagate in nero, così da evitare rischi e conseguenze e beneficiare di alcune tutele. Dopodiché, dovrebbe esserci il buon senso, anche da parte degli ospitanti, di facilitare la comunicazione transnazionale con le famiglie rimaste a casa, attraverso l’accesso a tecnologie come Skype, WhatsApp e simili.

Pietro Colacicco

 

 

 

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