I sistemi elettorali e le improbabili soluzioni di chi non sa

La spasmodica ricerca di un sistema perfetto che non è mai esistito e mai esisterà

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Credere nell’esistenza di una soluzione ideale alla questione dei sistemi elettorali dimostra in primis una scarsa conoscenza ed in secondo luogo una mancanza di raziocinio. Vivere di «Eh ma il maggioritario è meglio del proporzionale» o viceversa non fa che peggiorare la situazione, gettando aria sul fuoco dei falsi miti e delle dicerie. Pro e contro dei vari sistemi elettorali.

Una delle frasi più odiose nel dibattito sui sistemi elettorali è: «dovrebbe vincere chi prende più voti». Innanzitutto, andrebbe fatta una riflessione sull’utilizzo del verbo “vincere” ma tralasciamo le digressioni lessicali. Boutade del genere sono molto frequenti e fanno apparire cenni di arroganza, scarsa conoscenza della materia e qualunquismo all’ennesima potenza. Nessuno mette in discussione che ci possa essere una propensione (spesso ideologica) verso un sistema, anzi è inevitabile. Ma pensare di conoscere una sorta di soluzione suprema è alquanto fuori luogo. Nei giorni in cui si sta parlando animatamente di legge elettorale, conosciamo i principali pro e contro dei più noti sistemi.



Maggioritario, anzi maggioritari

Il sistema maggioritario innanzitutto si suddivide in due tipologie molto diverse: il plurality, quello che si utilizza nel Regno Unito per essere più semplici; ed il majority, quello francese. Quindi, quando sentirete dire che l’uninominale è meglio del proporzionale chiedete subito a quale ci si sta riferendo. Per uninominale, in sintesi, si intende quel sistema che assegna un seggio ad ogni circoscrizione (o collegio). I sistemi elettorali maggioritari favoriscono sicuramente la governabilità a discapito di una scarsa rappresentatività, ma ci torneremo dopo.

Plurality

Il plurality è quel sistema uninominale secco che utilizza il metodo del first past the post ovvero “chi prende più voti nel collegio si prende il seggio”. Questa metodologia è senza dubbio a favore dei grossi partiti e ha portato a molte riflessioni tra scienziati sociali (Duverger e Sartori su tutti). Ma perché il plurality tende ad escludere le minoranze? E’ presto detto. Se come abbiamo scritto il seggio viene assegnato al candidato (e di conseguenza alla lista) con più voti, l’elettore si troverà di fronte ad una scelta “di convenienza” verso un partito con dei consensi circa attorno al 30%. Esemplificando ancora il concetto: perché l’elettore, con questo sistema, dovrebbe votare una lista che si aggira sul 5%? In ogni caso questa non arriverà ad avere un voto in più di tutti gli altri e di conseguenza è un voto pragmaticamente “perso”.

Nel 2015 si è verificato quello che molti chiamano il “paradosso dello UKIP”, partito euroscettico che ha ottenuto alle elezioni politiche il 12,5% ma solo un seggio. Non è il luogo adatto per parlare di probabilità e statistica, ma non è difficile capire che con il sistema uninominale secco potenzialmente può governare un partito che non risulta essere il primo in termini di numeri complessivi.

Majority

Il majority, o uninominale a doppio turno, è il sistema utilizzato in Francia che prevede un eventuale ballottaggio tra i due candidati con più voti in caso di mancanza della maggioranza assoluta (50% + 1 dei voti). Questo metodo è sempre a favore della governabilità e tende a legittimare maggiormente gli eletti rispetto al plurality. Tuttavia, la differenziazione tra i due turni crea una forte discrasia tra le due tipologie di voto, poiché al primo turno l’elettore vota in base alle affinità, tralasciando le logiche numeriche. Mentre al ballottaggio, l’espressione elettorale diventa più lontana e di convenienza. Tornando alla chiacchiera da bar per capirci meglio, è un po’ come le elezioni degli enti locali (comuni ad esempio) più popolosi.

Proporzionale

Com’è facilmente intuibile il proporzionale è un sistema che ha una forte connotazione pro-rappresentatività a discapito di una scarsa governabilità. In Italia, seppur sia in vigore una legge elettorale “mista” (Rosatellum bis), sappiamo benissimo quanto difficile sia formare un governo, in una fase come quella attuale dove si presenta una tripolarità. Si differenzia tra proporzionale “puro”, quasi inesistente, e proporzionale con soglia di sbarramento. Questa a sua volta può variare, da casi allo 0,6% fino al 5%. In tredici Paesi dell’Unione Europea si utilizza il Metodo D’Hondt mentre in Italia è stato in vigore per il Senato fino al 1992. Senza dubbio, al giorno d’oggi, il proporzionale è un sistema apprezzato dall’elettorato non di massa, perché tende a favorire le minoranze che possono ottenere dei seggi in relazione al loro consenso.

I contro? Tanti. Il primo, nonché il più importante, è la difficoltà enorme nella composizione di un governo. Questo comporta la nascita di coalizioni composite e alleanze post-elezioni alquanto dubbie e spesso bizzarre. Piccolo appunto: senza coalizioni, anche la Democrazia Cristiana avrebbe fatto molta fatica a governare per quasi mezzo secolo.

Ora, tralasciando le considerazioni sui sistemi elettorali misti (che come dice la parola stessa propongono una parte di maggioritario ed una di proporzionale), sui vari Italicum, Rosatellum, Porcellum, Rosatellum 2.0 ecc. spero si sia colta una difficoltà intrinseca in questo scottante tema. Dire che il majorority è meglio del plurality non ha nessun tipo di senso senza l’inserimento in un frame sociopolitico e storico, così come è fuori luogo pensare che esista una soluzione suprema.

Federico Smania

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