Social reportage: non sappiamo più cosa raccontare

I racconti dal fronte arrivano dalle fotocamere degli smartphone

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Il traffico social registra un ovvio aumento a causa della quarantena obbligatoria. Facebook e Google dichiarano un picco di affluenza e di utilizzo dei propri servizi.

Le storie che venivano dal fronte avevano sempre un sapore diverso. I grandi reportage erano fatti così, non erano mai nuda cronaca. Le parole e le immagini erano incastrate con sapiente regia dai vari Biagi, Terzani, Fallaci. La grande orchestrazione dell’immaginario confluiva in quella testimonianza vivida che assumeva i caratteri dell’arte e lasciva un segno. Tutto questo oggi non ci è permesso.




Ogni sera intorno alle 18.00 una diretta social mantiene informato un intero popolo barricato in casa. I device riempiono le nostre scrivanie e si accavallano sui nostri mobili creando intrecci infiniti di cavi. Mai come ora siamo stati tanto connessi. Le stesse istituzioni si avvalgono del mezzo per comunicare con il pubblico di internauti perenni che siamo diventati.  Le piattaforme digitali, per loro natura, alimentano la creazione continua di contenuti e di racconti. I veri, gli unici, reportage che arrivano dalle zone critiche passano da qui.

Nelle corsie ospedaliere e nelle strade deserte delle città chiuse le fotocamere sono il mezzo attraverso cui avviene la testimonianza, tutta privata, di un evento epocale che determina un prima e un dopo. Perché come nelle grandi guerre, come per l’ultima grande crisi, ci sarà un prima e un dopo quando la pandemia si esaurirà. Il privato diventa pubblico. Certo, la trasformazione era già in atto, lo era dalla nascita dei social. Ogni foto, ogni video del singolo diventa di proprietà collettiva, niente di nuovo da almeno 15 anni a questa parte. Eppure quello che succede ora è ancora diverso.

I social arrivano dove i cronisti non possono arrivare. Nelle case di periferia, sui balconi, sugli scaffali dei supermarket, immortalando e raccontando tutto, lasciando la traccia di un momento che esiste unicamente nella solitudine. Sono storie tutte simili e per certi versi ripetitive. Sono i momenti di aggregazione a distanza, le videochiamate e i flash mob, ma anche il lavoro, lo studio, la difficile convivenza nei metri quadri di un appartamento.

Tutto questo è prima sui social, poi, diventa il resoconto composito della nostra quarantena. Ogni cosa è di seconda mano ormai per gli organi di stampa, ogni informazione la ripresa di uno degli infiniti contenuti lasciati sui social. Quanto sarà giusto e quanto danno arrecherà tutto questo solo il tempo lo potrà stabilire. Certamente l’aumento esponenziale dell’attività sulle piattaforme contribuisce ad intensificare il rischio già acclarato della diffusione di false notizie che può avere risvolti drammatici.

Manca – e, forse, è una delle più grandi ingiustizie a cui il nemico invisibile ci sottopone – una narrazione che sappia spiegarci quello che stiamo vivendo. Con uno sguardo attento ai fatti essenziali e un orecchio teso alle voci rinchiuse nelle stanze. Ci mancherà nel dopo, forse, una storia fatta con la giusta regia che ci ricordi quello che siamo stati.

Paolo Onnis

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