Come sarà la nostra società al termine dell’emergenza Coronavirus?

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«Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato». Le parole di Haruki Murakami si adattano perfettamente all’emergenza che stiamo vivendo. La pandemia di Coronavirus senz’altro finirà, ma ne usciremo mutati. Un cambiamento questo, che influirà inevitabilmente sulla società.

Ce ne parla il Professor Maurizio Bonolis, docente di Sociologia generale dell’Università Sapienza di Roma.

Distanziamento sociale. Questa pratica quanto inciderà sulla società dopo il Coronavirus? Sarà possibile un giorno ripristinare la società ante-morbo?

Se di questa pandemia non resterà che il ricordo, nel senso che non si registreranno recidive, la modalità del distanziamento è destinata a svanire nella pratica quotidiana, mentre ciò che verrà conservato, molto utilmente, sarà la familiarità con le misure di protezione e prevenzione assunte durante la difesa dal virus (il distanziamento stesso, guanti, mascherine, precauzioni varie, ecc.).

Familiarità, che potrà risultare feconda di buoni esiti operativi qualora accada di nuovo qualcosa di simile alla pandemia di questa primavera. Anche come atteggiamento di salute pubblica: un modo per darsi da fare con coraggio e fermezza (sapere dove mettere le mani) quando emergessero tragedie di grandi proporzioni.

 L’e-learning può essere considerato il futuro della scuola? Garantisce effettivamente il diritto allo studio? L’attività didattica svolta a distanza quanto influisce sulla socializzazione?

Se non «il» futuro, una novità futuribile, sì: come si dice spesso, le cose non saranno più come prima.
Nello specifico (entro i LIMITI che dopo bisognerà sottolineare), è un balzo in avanti che, SE compreso nella sua giusta misura, non può non essere gradito. Valutato positivamente.

La didattica online si è dimostrata di utile applicazione: (1) consente al docente una più sicura preparazione del lavoro espositivo, organizzato al meglio della concentrazione e della pratica di allestimento degli allegati di supporto (file, immagini, video); (2) riduce lo stress degli studenti, risparmiando loro cervellotiche migrazioni quotidiane, dettate  nei grandi Atenei dalla limitatezza degli spazi, dalle sovrapposizioni orarie, da qualche fatiscenza architettonica; (3) consente anche, in questo senso, una migliore resa organizzativa dell’offerta didattica, rendendo  appunto  meno stringente il problema della disponibilità di aule, il problema delle capienze, il problema della messa a norma, il problema della sorveglianza e della sicurezza (tutte cose importanti ma a volte troppo burocratizzate); (4) favorisce una maggiore serenità di condivisione tra docente e discente, eliminando dall’esperienza conversazionale certi orpelli e disagi del «vis a vis», non sempre (non sempre…) apprezzabili.

L’importante – come si diceva – è non andare oltre certi LIMITI. Ci sono momenti di interazione «in presenza» ai quali non si può rinunciare: quando si tratta di esami (lì, bisogna guardarsi negli occhi), ma anche quando si discute un progetto di tesi o semplicemente si riflette su un oggetto scientifico didattico, su un tema che accomuna e che interessa. Analoga considerazione, per gli esami scritti (o «esoneri»). E poi, nella vita universitaria, ci sono molti altri momenti di concordanza e magari di divergente espressione è ovvio che richiedono di guardarsi in faccia.
È tutta una questione di equilibrio e complementarietà di buon senso, tra tradizione e innovazione.

 Lo smart-working ha registrato un incremento superiore al 50%. La società sembra proiettata alla digitalizzazione. Saremo pronti a compiere questo passo dopo il Coronavirus?

Valgono considerazioni analoghe a quanto appena detto. Il Paese ha imparato a muoversi online, a lavorare in streaming, a interloquire in piattaforma. Tutte cose positive, che costituiscono una accelerazione del progresso tecnico in dimensione micro e che se, come sempre, si usa il buon senso, non possono che arrecare vantaggi a tutti.





Il turismo si adatterà alla nuova società o dovremo aspettare il termine dell’emergenza Coronavirus per tornare a viaggiare?

Ci vorrà tempo. Le scelte del tempo libero e delle vacanze, in termini logistici e organizzativi, sconteranno timori legati a certe immagini e a certe evidenze documentali associate alla pandemia. Occorre, su questo piano, recuperare sicurezza.

Se le autorità pubbliche non daranno prova di affidabilità (Comuni, Regioni, Governo), nei loro rispettivi ordini di competenza, se continueranno certi sconcertanti litigi, se ci sarà chi continua a fare polemica elettorale approfittando dei problemi di salute e povertà della gente, il turismo non potrà che risentirne sensibilmente.
Le vacanze, così come la spontaneità e la vita sentimentale, richiedono una serenità senza la quale nessuno sente il desiderio di muoversi (muoversi, in tutti i sensi).

Il lockdown sembra aver fatto riscoprire emozioni e sentimenti latenti. Empatia, solidarietà, fratellanza, umanità. Ne uscirà migliorata la nostra società da questa emergenza Coronavirus?

Sì, anche il mondo del volontariato e della solidarietà ha ricevuto impulso dalla recente calamità. Ma non bisogna esagerare con gli entusiasmi. Abbiamo riscontrato innumerevoli manifestazioni commoventi che però -va detto- non sappiamo fino a che punto siano espressive di un nuovo ‘sol dell’avvenire’ o di una diffusa paura della morte.

È sempre così, quando a uno «stato del sociale» dominato dalla vita ordinaria, dalle sue meschinità, dalle sue noie, dalle sue taciute e tacite ingiustizie, succede uno stato «straordinario» che solleva le persone e le ‘smuove’, se non altro per esorcizzare il timore e l’angoscia per qualcosa che terrorizza. Aiutando e dandosi da fare, ci si erge e si ri-vive. Certamente, così si impara qualcosa, a essere più buoni (non è in nessun senso una battuta), come si dice spesso e questa, in definitiva, è proprio l’eredità della memoria, dei ricordi che i movimenti collettivi ci trasmettono quando, per diversi motivi, arrivano a spegnersi.

A quest’ultima domanda dell’intervista, per sincerità, rispondo con spirito fiducioso e – nello stesso tempo – sospendendo il giudizio.

Arianna Folgarelli

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