Sofia aveva lunghi capelli

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Francesca de Carolis

Di Francesca de Carolis


“Sofia aveva lunghi capelli”. Bel titolo, per quell’immagine di capelli lunghi lunghi che rimane sottesa pagina dopo pagina, attesa dopo attesa, assenza dopo assenza, nella non vita di quell’incubo buio che diventa la vita di persona condannata all’ergastolo. Autore Giuseppe Perrone. Che in questo suo libro, scegliendo la forma del romanzo, racconta il sogno di Matteo, ergastolano, di trasformare il suo “fine pena mai” in una pena di trent’anni. Un sogno che è anche una lunghissima, estenuante battaglia contro l’“assurdo giuridico e filosofico della detenzione perpetua”, portata avanti, nel romanzo, a fianco di un combattivo, appassionato avvocato. Poi c’è lei, Sofia, che è l’amore che tutto sostiene e motiva…

E non riesco a non vedere in Matteo e nell’avvocato Conte due facce di lui, Giuseppe Perrone. Che ho conosciuto anni fa, nel carcere di Rebibbia. Una condanna all’ergastolo, quello del fine pena mai ma proprio mai degli ostativi, e una voglia incontenibile di spiegare al mondo chi è oggi, dopo trent’anni di detenzione, ma soprattutto dopo anni di continuo impegno per costruire l’uomo nuovo che è diventato. Quel Giuseppe Perrone che oggi ha quattro lauree, è titolare di borse di studio, è stato appassionato discepolo e attore di un laboratorio di pratica filosofica, crede nella giustizia, nella legalità, nella cultura e tutto questo ha perseguito con una tenacia che non è da tutti. E tutto questo suo impegno è lì, condensato nel romanzo, nei dialoghi-discussione con i compagni di cella, nei pensieri, nelle mosse dell’avvocato, nello sguardo dolente sull’esistenza…

Ma “Sofia aveva lunghi capelli” è anche il racconto di una vita carceraria “scandita nell’assurdità minuta e quotidiana”.

“Essendo il carcere una vita ristretta non servono discorsi di molte parole” scrive il protagonista nella lettera indirizzata al padre ormai anziano e malato. “Volendo ne basta una manciata. Non so che effetto ti farà leggerle: aria, colloquio, appuntato, doccia, cella, spesa e poche altre… masturbazione è una”.

Raggelante è il calcolo della media di 72 secondi al giorno di telefonate con la famiglia, più della riflessione sulla freddezza delle tinte alle pareti, più di quel marchio di “uomo a sbarre” dietro cui il mondo di fuori vuole incatenare per sempre chi ha commesso un reato. Perché questo è l’ergastolo ostativo. Una pena insensata che è negazione del diritto alla speranza, e violazione dell’articolo della Costituzione che vuole la pena finalizzata al reinserimento della persona nella società.

Nella nota introduttiva Filippo La Porta parla di una dolente ballata sul carcere, dalla lingua “tesa, vibrante, di uno scritto pieno di sofferenza senza redenzione e anche di amore struggente per la vita. (..) Sembra di leggere una delle lettere dei condannati a morte della Resistenza”.

Tutto molto, molto encomiabile.

E, avendo avuto l’opportunità di leggere questo testo quando era ancora un file in cerca d’editore, con gran piacere sarei andata, il 23 marzo scorso, all’incontro organizzato dall’università di Tor Vergata dove fra l’altro si sarebbe parlato di questo libro (pubblicato infine da Castelvecchi) e, pensate un po’, proprio la direttrice di Rebibbia aveva proposto che Giuseppe Perrone presenziasse all’evento.

E invece, quando tutto è pronto…

E invece, quando tutto è pronto il magistrato di sorveglianza, che decide infine di permessi e quant’altro, in un primo momento accetta la proposta, ma poi ha un  ripensamento.

Tutta la sua amarezza Giuseppe la affida a una lunga lettera, pubblicata qualche giorno  fa su un quotidiano, Il Riformista. Eccone un brano.

“Nonostante siano passati trent’anni, ho una moglie che mi ama e siamo genitori di un bambino che non abbraccio dall’inizio della pandemia. Quanta sofferenza in questa assenza. Con Sonia abbiamo deciso di non far entrare più in carcere il bambino, sperando in un beneficio che invece mi è stato negato, malgrado l’ottimo percorso rieducativo. (…) Il magistrato di sorveglianza ha prima approvato la proposta, poi ha cambiato idea. Saputo dell’approvazione, Sonia ha preso le ferie, ha comprato i biglietti del treno Lecce-Roma, ha prenotato l’albergo e “preparato” il bambino dicendogli che ‘sarebbero andati da papà’. Col diniego tutto è svanito. Inevitabile il danno affettivo del bambino, non dico di mia moglie”.

Un colpo al cuore, per Giuseppe che ha ostinatamente creduto che la cultura potesse liberarlo dalla pena, anche fisica, e che ancora ci ricorda che sì, ha commesso un reato, “ma io non sono il mio reato, ho fatto del male, ma io non sono il male”.

Lui che sa bene chi è stato, ma chiede anche di guardare all’uomo che è diventato, e valutare come possa mai rappresentare ancora un pericolo per la società…


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Sofia, con i suoi lunghi capelli, è l’amore, la ragione di vita che sostiene il cammino di Matteo. Lo stesso amore che, col volto di Sonia e dei suoi immaginiamo lunghissimi capelli, continuerà a sostenere Giuseppe che, siamo sicuri, non si arrenderà.

Continuerà il suo ammirevole percorso che, come quello di non pochi altri, andrebbe fatto conoscere a chi sta così malamente “traducendo”, in una legge che sembra tutte stravolgerle, le indicazioni della Corte Costituzionale che pur così chiaramente ha chiesto di riportare nell’ambito della Carta la pena soggetta alle preclusioni assolute del 4bis, che così apertamente la contraddice e viola.

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