Sohn Kee Chung: il maratoneta coreano “al servizio” del Giappone

Le Olimpiadi del 1936 furono un evento storico unico. Nella cornice mozzafiato dell’Olympiastadion di Berlino, mentre 120.000 spettatori gridavano “Heil Hitler” e assistevano all’accensione della fiamma olimpica, alcuni dei migliori atleti del tempo erano pronti a scrivere la storia. Basti pensare a Jesse Owens, vincitore di quattro medaglie d’oro in atletica leggera, l’italo-americano Louis Zamperini, Trebisonda Valla, prima italiana a conquistare un oro e Sohn Kee Chung.

Essendo la Corea protettorato giapponese, il maratoneta coreano dovette correre con i colori del Giappone, cambiando il proprio nome in Son Kitei. A Berlino, l’atleta conquistò il primo oro della sua carriera, stabilendo anche il record olimpico di 2:29’19”. Durante la premiazione, mentre nello stadio riecheggiava l’inno nipponico, Sohn Kee Chung tenne bassa la testa per dimostrare il proprio dolore. Dopo le Olimpiadi, appese gli scarpini al chiodo e si dedicò all’allenamento di altri maratoneti coreani.

La storia di Sohn Kee Chung

Le difficoltà economiche, la corsa e il record del mondo

A dare i natali all’atleta fu la città di Sinŭiju, situata nell’attuale Corea del Nord. Sin da ragazzino, Sohn Kee Chung cercò di aiutare economicamente la sua famiglia con lavoretti occasionali che lo tenevano lontano da casa gran parte della giornata. A soli 16 anni trovò lavoro nella vicina città cinese di Dandong. Peccato, però, che le ristrettezze economiche non gli permettessero di prendere i mezzi pubblici, obbligandolo a correre ogni giorno quasi 16 km tra andata e ritorno. La predisposizione di Sohn alla corsa, però, era evidente già da qualche anno.

A soli 12 anni, infatti, il ragazzo aveva vinto l’An-Ui, correndo per circa 5 km da Sinŭiju ad Andong, capoluogo dell’omonima antica regione del Nordest della Cina. La nascente passione per questa disciplina lo spinse ad iscriversi al liceo Yangjeong di Seoul per unirsi alla squadra scolastica di atletica. Proseguì poi gli studi nel Paese del Sol Levante, frequentando la facoltà di Legge presso l’Università Maiji di Tokyo. Fu proprio durante questi due periodi che Sohn prese parte a 13 maratone in Giappone e Corea, arrivando a vincerne ben 10. Nella fattispecie, il 3 novembre 1935, il maratoneta stabilì il record del mondo con un tempo di 2:25′:14”, qualificandosi meritatamente per la squadra olimpica.

Prossima tappa: Berlino 1936

Come per ogni atleta, poter partecipare alle Olimpiadi è l’emozione più grande del mondo, seconda solo all’eventuale vittoria. Peccato che, tanto per Sohn Kee Chung quanto per il suo compagno di squadra Nam Sung-yong, quella partecipazione avesse un risvolto amaro. Già costretti a correre per il Giappone, i due atleti coreani furono difatti obbligati dal governatore nipponico della Corea a cambiare i propri nomi. Proprio come il fascismo cercò di fare con la popolazione slovena in seguito all’annessione dei territori di confine, così i giapponesi cercarono di cancellare il senso di appartenenza dei due maratoneti a partire dal loro nome.

Il 9 agosto 1936, Sohn Kee Chung era pronto a sfidare giganti del calibro dell’argentino Juan Carlos Zabala, oro e record olimpico ai Giochi di Los Angeles 1932, e dell’inglese Ernest “Ernie” Harper, quattro volte campione internazionale di corsa campestre a squadre. Il campione in carica iniziò la gara alla perfezione, dominando incontrastato per 28 km prima di essere raggiunto e superato dall’inglese Harper e da Sohn. Dopo 3 km di contesa, il coreano staccò l’avversario e s’involò verso il traguardo del 42esimo chilometro. Nel frattempo, anche il suo connazionale e compagno di squadra, Nam Sung-yong, aveva superato Zabala assicurandosi il gradino più basso del podio.

Una vittoria “mutilata”

Nonostante l’incredibile gioia per aver vinto il primo oro olimpico della sua carriera, quel trionfo aveva un retrogusto amaro. Mentre Ernie Harper manteneva alta la testa vedendo issare la bandiera del suo paese, i due coreani mantennero basso lo sguardo cercando di trattenere le lacrime. Quella volta, però, non era il pianto liberatorio dovuto al grande sforzo né tantomeno alla gioia del risultato finale. I due piangevano perché quella vittoria era stata negata al loro paese.




Nel post-gara fu il momento della conferenza stampa e degli autografi. I due maratoneti sottolinearono continuamente la loro nazionalità, firmando con il loro nome originale e condannando la presenza nipponica in Corea. Il gesto di Sohn e Nam spinse un quotidiano di Seul a pubblicare una foto ritoccata dei due atleti senza la bandiera giapponese sulla divisa. Immediata la risposta del governo nipponico che arrestò 8 membri della redazione e sospese il giornale per 9 mesi. Per non correre più con i colori del Giappone, Sohn Kee Chung decise di ritirarsi al termine delle Olimpiadi, dedicandosi poi all’allenamento di giovani maratoneti coreani.

L’ultima corsa di Sohn Kee Chung

La carriera di allenatore portò tante incredibili soddisfazioni. Due giovani in particolare, Seo Yun-bok e Hwang Young-cho, scrissero la storia della Corea sulle orme del loro mentore. Il primo gli “soffiò” il record mondiale nel 1947, il secondo invece regalò al suo paese un oro alle Olimpiadi di Barcellona del 1992. Alle Olimpiadi di Londra del 1948 fu il portabandiera della sua squadra per la prima volta. Considerato un eroe nazionale, l’ultima “maratona” di Sohn Kee Chung fu nel 1988 a Seoul, in qualità di tedoforo. A 52 anni dalle Olimpiadi di Berlino, sulla casacca portava finalmente la bandiera del suo paese.

Dopo essere stato nominato presidente della Federazione di atletica coreana e del Comitato Olimpico nazionale, Sohn Kee Chung portò avanti la lotta per ottenere l’attribuzione, da parte del CIO (Comitato Olimpico Internazionale), della sua vittoria alla Corea. Da Losanna, però, non è ancora arrivata una risposta in merito e quella che dovrebbe essere considerata la prima vittoria olimpica della Corea rimane ancora nel medagliere del Giappone.

Una storia che si ripete

Sono ancora tanti, troppi, gli atleti che non riescono a gareggiare ai Giochi Olimpici con i colori del proprio paese. E’ il caso degli “Atleti Olimpici Indipendenti“, una delegazione di atleti non appartenenti ad una delegazione nazionale. Questa situazione è causata dall’assenza, nei loro paesi, di un Comitato Olimpico nazionale a causa di transizioni politiche, guerre o interferenze governative. Alle Olimpiadi di Barcellona 1992, gli atleti dell’ex Jugoslavia parteciparono in questa delegazione a causa della guerra civile, mentre ai Giochi di Londra 2012 fu il turno degli atleti delle ex Antille Olandesi (ormai in fase di scioglimento) e del maratoneta sud-sudanese Guor Marial.

La situazione del paese africano, infatti, non permetteva l’istituzione di un Comitato Olimpico sud-sudanese. Per questo, Guor fu costretto a partecipare con la squadra indipendente. Il suo, però, è un caso particolare. Fuggito dal paese a 14 anni a causa della guerra civile, l’atleta arrivò negli Stati Uniti dove si appassionò a questo sport. Non avendo ancora ottenuto la cittadinanza statunitense, non potè partecipare con la squadra a stelle e strisce e rifiutò perfino la convocazione dal Sudan. L’anno successivo, diventato cittadino americano, cambiò cognome in Maker.

Alle ultime Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016, negli Atleti Olimpici Indipendenti parteciparono tutti gli atleti del Kuwait. Tra questi, Fehaid Aldeehani e Abdullah Al-Rashidi, entrambi sul podio in due differenti batterie di tiro a volo. Proprio come Sohn Kee Chung e Nam Sung-yong, i due kuwaitiani salirono rispettivamente sul gradino più alto e su quello più basso, senza poter guardare la propria bandiera. Ricordare storie come quella di Sohn dovrebbe far sì che in futuro ogni atleta possa liberamente gareggiare per la nazione a cui sente di appartenere di più.

Alessandro Gargiulo

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