Perché daremo di nuovo dei soldi alla Guardia Costiera libica?

Ieri la Camera ha votato a favore del sostegno italiano alle missioni all’estero. Particolare clamore ha suscitato la questione relativa alla Libia, con il rifinanziamento della Guardia Costiera libica. E indovinate? Il Pd, ancora una volta, ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza.





Il Senato aveva già approvato il provvedimento di rifinanziamento delle missioni all’estero il 7 luglio. Ieri invece è arrivato il via libera della Camera, non senza spaccature e dissensi. Proprio per questo, infatti, il testo è stato votato per parti separate, destinando il capitolo Libia a una votazione ad hoc. La prima votazione ha ottenuto 453 sì, nessun voto contrario e 9 astenuti. La seconda, invece, relativa alla Libia e, di fatto, a favore della cosiddetta Guardia Costiera libica ha incassato invece 401 sì, 23 no e un’astensione. Italia Viva ha visto i suoi deputati uscire dall’Aula. I deputati di Liberi e Uguali invece hanno proposto una risoluzione perché del tutto contrari all’intervento in Libia, che però non è stata approvata.




3 milioni in più rispetto allo scorso anno

I dissensi più forti si sono fatti sentire in seno al Pd, ma andiamo con ordine. Praticamente sono stati stanziati 58 milioni di euro per la missione in Libia e 10 di questi saranno destinati alla missione bilaterale di assistenza alla Guardia Costiera libica, con un aumento di 3 milioni di euro rispetto all’anno scorso. Dal 2017, anno a cui risalgono gli accordi per un sostegno diretto all’organo, i fondi italiani sono arrivati a 22 milioni.




La testa sotto la sabbia

Ora quale sia il problema è presto detto. Le inchieste internazionali portate avanti anche dalle Nazioni Unite riportano che la cosiddetta Guardia Costiera libica, incaricata di pattugliare i 600 chilometri di costa di sua competenza, è di fatto nelle mani delle stesse milizie che dal traffico di esseri umani e dai centri di detenzione per migranti ci guadagnano. Quello che fa l’Italia, di fatto, è un voltare la testa dall’altra parte. Praticamente stiamo dicendo alle milizie: “Torturate, abusate, cancellate i diritti di queste persone, l’importante è che non li portiate a casa nostra”. Anzi, stiamo pure aggiungendo: “Per il disturbo, ecco qui 10 milioni di euro, grazie e arrivederci“.

Inchieste e testimonianze

Quel che combina la Guardia costiera libica non è un’opinione: diverse sono le inchieste giornalistiche che parlano delle terribili condizioni dei centri di detenzione o, addirittura, degli speronamenti che la Guardia Costiera ha portato avanti verso le navi delle organizzazioni non governative lì per soccorrere i migranti.

A queste informazioni si aggiungono le centinaia di testimonianze fornite dai migranti che arrivano in Europa fuggendo dai campi libici. Secondo Oxfam, attualmente la Libia detiene più di 2000 migranti nei suoi centri ufficiali. Certi nell’esistenza ma incerti nei numeri sono invece i campi di detenzione non ufficiali. Nel Paese, in più, è in corso una sanguinosa guerra civile e i campi sono controllati dalle varie fazioni. Qualche anno fa le informazioni erano frammentarie, le testimonianze poche e i dati ambigui: allora, avremmo potuto anche essere perdonati per un beneficio del dubbio un po’ troppo clemente verso i trafficanti. Oggi, invece, i dati, le testimonianze e le inchieste ci sono. Eppure l’Italia decide di far finta di nulla e dire: “Teneteveli, costi quel che costi”. Se un ragionamento di questo tipo, in fin dei conti, può essere coerente anche con la destra sempre più razzista e polarizzata che sta emergendo, a far sollevare le sopracciglia e cadere le braccia è, ancora una volta, il Partito Democratico.

“Una delle pagine più nere per il Pd”

In 23 deputati hanno votato contro il rifinanziamento della missione in Libia. Tra questi ci sono Matteo Orfini e Laura Boldrini per il Pd, a cui si aggiungono esponenti di Liberi e Uguali e di +Europa. Lo stesso Orfini, intervistato da Linkiesta, ha definito il voto di ieri “una delle pagine più nere del Partito democratico“. La cosa che probabilmente desta più scalpore è che l’assemblea del Partito avesse espresso un parere contrario al rinnovo degli accordi. In Parlamento, però, le cose sono andate diversamente: cortocircuito della democrazia rappresentativa, in cui il partito diventa dei rappresentanti e non dei rappresentati. Ha sostenuto il governo, che si trovava già contro due dei quattro partiti che compongono la maggioranza e ha deciso, non si sa come e non si sa dove, di votare a favore. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: il Pd ha votato insieme a Lega e Movimento 5 Stelle.

Matteo Orfini sostiene di aver portato avanti una battaglia all’interno del suo stesso partito nelle scorse settimane. Ha detto a Linkiesta di aver segnalato privatamente a Zingaretti, al ministro della Difesa, al capo delegazione al governo e al suo capogruppo le sue perplessità. Orfini definisce dissennato l’esito del voto, che non collega nemmeno a strategie di governo.

Più nulla da perdere

Ma si può parlare di maggioranze quando il problema è quello dei diritti umani? Complimenti vivissimi al Partito Democratico, che, ancora una volta, si gioca la poca credibilità rimasta sul tavolo decidendo che i diritti umani non sono più prioritari nel programma politico della sinistra, se così si può ancora chiamare. Siamo sicuri che quest’ombra di partito sia meglio rispetto a Salvini e ai suoi decreti sicurezza? Siamo sicuri che la medaglietta di antirazzisti ce la siamo guadagnata con il nostro attivismo dal divano, mentre abbiamo urlato da Instagram che le Black lives matter?

Elisa Ghidini

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