Somalia: la siccità mette a rischio la vita di 5,4 milioni di persone

In Somalia, la siccità sta mettendo a rischio la vita di milioni di persone, danneggiando pascoli e raccolti, ma ben poco si sta facendo per evitarlo.

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In Somalia, 5,4 milioni di persone stanno affrontando gravi rischi di insicurezza alimentare, mentre più di 2 milioni versano in una situazione di emergenza. Un rapporto della Fao ha evidenziato come la crisi arrivi dopo anni di deterioramento delle condizioni climatiche e economiche, in un avvicendarsi di scarse precipitazioni e aspra siccità.

Nel paese del Corno d’Africa, il clima si basa su un fragile equilibrio tra stagioni umide (gu, deyr) e stagioni secche (jiilaal, hagaa), ma negli ultimi tempi sei monsoni su sette hanno portato con sé piogge insufficienti. L’unica stagione in cui si sono registrate precipitazioni abbondanti, gu 2018, ha visto la Somalia devastata da un ciclone e da forti alluvioni.

La Fao prevede che la produzione agricola potrà crollare fino al 50%, visto che la situazione più preoccupante è proprio nel sud del paese, da dove proviene il 60% dell’output cerealicolo. Nella “cintura del sorgo”, che attraversa le regioni di Bai, Gedo e Juba, quest’anno le piogge sono arrivate con due settimane di ritardo e il totale delle precipitazioni è stato finora del 40-60% al di sotto della media.

La crisi si presenterà in maniera drammatica da luglio a settembre, quando i raccolti di sorgo e mais apriranno l’arida stagione di hagaa. Il susseguirsi di due raccolti molto al di sotto delle aspettative e il progressivo impoverimento dei gruppi familiari rischiano di lasciare la popolazione senza le scorte per affrontare la stagione secca. In Somalia, il 71% della forza lavoro è impiegata nell’agricoltura e ad essere colpiti saranno sia i salariati agricoli, messi in difficoltà dalla carenza di impiego, sia i piccoli proprietari, piegati dai cattivi raccolti.

Il peggioramento delle condizioni climatiche ha procurato gravi danni anche ai pascoli. Nelle regioni centrali e settentrionali di Galgadud, Bari e Sanaag, caratterizzate da un’economia prevalentemente pastorale, la siccità ha causato malattie, aborti e morti di massa tra il bestiame. La situazione dei pastori è particolarmente grave, visto che le mandrie sono già state ridimensionate in maniera drastica nel corso della siccità del 2016/2017, con perdite che in alcune zone sono arrivate al 60%.

In un paese dilaniato dai conflitti interni e ancora spossato dall’ultima siccità – durante la quale  l’indebitamento privato è cresciuto del 400% – è improbabile che l’emergenza verrà affrontata con il dovuto vigore. Ancor meno c’è da aspettarsi un significativo intervento internazionale. È la stessa Fao a segnalare, nel proprio rapporto, la totale inadeguatezza dei finanziamenti ai piani di aiuti umanitari.

A fronte di crescenti allarmi di malnutrizione infantile e di un aumento del 40% delle situazioni emergenziali, con picchi tra la popolazione rurale, il numero delle persone che ha avuto accesso agli aiuti alimentari è crollato del 50%. Il piano d’azione della Fao per arginare gli effetti della crisi presenta allo stato attuale un gap dell’80% rispetto ai finanziamenti necessari. Il buco budgetario è ancora più preoccupante per quanto riguarda gli interventi volti a evitare il rischio di nuovi shock economici. Infatti, le misure più urgenti, che prevedono la riparazione degli argini dei fiumi Shabelle e Juba e la protezione di campi e mandrie da malattie e parassiti, hanno a disposizione solo il 6% dei fondi di cui abbisognano.

 

Francesco Salmeri

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