Sono davvero tutti clandestini?

L'accoglienza in Italia tra strumentalizzazioni e diritti.

Ci hanno abituati a chiamare clandestini tutti coloro che non arrivano da noi con un volo di linea e un timbro sul passaporto. La realtà però è fatta anche di tante persone che non possono uscire dal proprio Paese, se non scappando. Queste persone hanno titolo per essere accolte.

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Uno dei temi più scottanti della campagna elettorale in corso è senza dubbio l’immigrazione. In particolare, una specifica categoria di migranti: quelli che sono comunemente considerati, a torto, clandestini.
C’è chi promette di cacciarli via tutti il 5 marzo, chi si lancia in fantasiose ricostruzioni della storia più recente. C’è anche chi vorrebbe dare un colpo al cerchio e uno alla botte, parlando sì di diritti, ma dimenticandosene un attimo dopo. Tutti uniti in un unico, grandioso intento: dare soluzione a quello che larga parte dell’opinione pubblica, fomentata a dovere, avverte come il problema per eccellenza.

Il diritto d’asilo

Istituto di origine antica, il diritto d’asilo consente a colui che in patria subisce una forma di persecuzione di trovare riparo in quello stato estero che lo accoglie, offrendogli protezione. Il nostro ordinamento recepisce a pieno questo principio, a cominciare dalla Costituzione. L’art. 10 comma 3 afferma: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
Vi sono poi diversi strumenti del diritto internazionale a cui l’Italia ha aderito. Prima fra tutte la Convenzione di Ginevra del 1951, che definisce Rifugiato “… (chi) temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori dal Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”.
La stessa Convenzione di Ginevra sancisce il principio di non respingimento (art. 33), ossia l’impossibilità di respingere il rifugiato -e non clandestino– verso luoghi in cui la sua vita e la sua libertà sarebbero in pericolo.

I richiedenti asilo

La condizione di rifugiato non è tale di fatto e automaticamente di diritto. Essa necessita di essere accertata di volta in volta. Ecco perché esiste la figura del richiedente asilo. Si tratta di colui che approda in un Paese diverso dal proprio chiedendo protezione. Tale definizione vale per il tempo che intercorre tra la presentazione della richiesta e l’accoglimento (o il rigetto) della stessa. Ed ecco anche perché i richiedenti asilo non possono essere chiamati clandestini. Finché la loro richiesta non sia stata respinta dall’ultimo grado di giudizio previsto, essi avranno pieno titolo per restare legittimamente sul territorio nazionale.

L’accoglienza in Italia

Fino al 2001 l’accoglienza in Italia era gestita territorialmente, con programmi ad hoc condotti da realtà locali associative e non governative. Sulla scorta di questa esperienza, il Ministero dell’Interno, l’ANCI (Associazione Nazionali Comuni Italiani) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) stipularono un protocollo d’intesa per la realizzazione di un piano nazionale d’asilo. L’anno successivo, questo portò all’istituzione dello SPRAR, il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati. Tale sistema è finalizzato al raggiungimento della completa autonomia delle persone prese in carico. Questo avviene attraverso un accompagnamento professionale in molteplici ambiti: sociale, economico, sanitario, legale, burocratico, culturale. Da allora, ogni tre anni viene emesso un bando rivolto agli enti locali. Essi, su base volontaria e affiancati da organizzazioni competenti, partecipano proponendo i loro progetti. Le proposte ritenute idonee e finanziabili vengono realizzate sotto la supervisione di un Servizio Centrale. Lo stesso Servizio Centrale si occupa della verifica dei rendiconti.
Lo SPRAR è sostanzialmente efficace sul piano qualitativo, ma il suo principale limite è l’insufficienza dei posti disponibili. Questo ci ha portato dritti nella terribile spirale dell’emergenza, che ha fatto esplodere il problema clandestini.

La gestione emergenziale

A partire dal 2011, soprattutto dopo la guerra in Libia, si è avuto un intensificarsi degli arrivi, che si è tradotto nell’ “Emergenza Nord Africa”, un piano di accoglienza straordinaria di competenza della Protezione Civile. In tale ottica, l’accoglienza di parte dei richiedenti asilo fu affidata a chiunque dichiarasse di avere i requisiti per ospitarli. È così che hanno fatto la loro comparsa i famosi alberghi a cinque stelle. Questo approccio ha comportato un notevole abbassamento della qualità dell’accoglienza, con persone di fatto abbandonate a se stesse, a fronte di costi uguali, se non maggiori. Un albergatore che percepisce una data somma per fornire a una persona vitto e alloggio, non può essere messo sullo stesso piano di un’associazione o di una cooperativa. Queste, infatti, con la stessa cifra offrono una rosa di servizi molto amplia: dall’alfabetizzazione all’assistenza legale, nell’ambito di un vero e proprio progetto “educativo” cucito addosso a ogni beneficiario sulla base delle sue esigenze, le sue inclinazioni e la sua storia. Eppure quotidianamente vengono messi tutti quanti, coop rosse amiche di Renzie in testa, nel calderone traboccante di fango del bisness dell’accoglienza dei clandestini.




L’amnesia da campagna elettorale

Se non fosse così grave, farebbe sorridere che proprio chi ora paventa soluzioni drastiche di deportazioni di massa dei clandestini, fosse al governo nei momenti chiave. Dalla stipulazione del famigerato Regolamento Dublino, che penalizzò molto i Paesi di frontiera come il nostro, obbligandoli a farsi carico di tutti gli arrivi, alla decisione di gestire con carattere di emergenza i flussi del 2011. Resta il fatto che da parte di tutti gli attori che hanno calcato la scena politica in questi anni, un’impostazione diversa, più lungimirante e aperta, sarebbe stata preferibile alla corsa a chi la spara più grossa a cui stiamo assistendo in queste settimane. Senza dimenticare che in gioco c’è la vita di persone in carne e ossa, su cui si vorrebbe far ricadere le colpe di tutto ciò che non va come dovrebbe. Così da poter chiamare giustizia fai da te il gesto terroristico di un esaltato fascista che una mattina si sveglia e decide di sparare su uomini inermi, con la pelle diversa dalla propria.

Michela Alfano

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