Sorrento Pride: la libertà ha i colori dell’arcobaleno

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Il 14 Settembre 2019 è una data importante per l’affermazione dei diritti civili. Segna infatti la fine dell’Onda Pride che quest’anno ha illuminato con i suoi colori gran parte delle città italiane.

Si conclude in bellezza con il Pride di Sorrento, città pronta ad accogliere il corteo che attraverserà la città, per reclamare il diritto e l’orgoglio di essere semplicemente quello che si è. Attesa alla manifestazione anche la senatrice Monica Cirinnà, promotrice della legge che ha dato il via alle unioni civili in Italia.

Il valore di questa data è incrementato dal ricorrere dei cinquant’anni dai moti di Stonewall. Per chi ancora non lo sapesse, il Pride è una manifestazione che ha origine proprio a partire da quegli avvenimenti, che videro più di duemila persone riversarsi sulle strade di New York City, a seguito di una rappresaglia della polizia in un locale gay della città. Oggi, forse, non c’è più quella rabbia, ben necessaria ai tempi per scardinare un sistema fortemente eteronormativo, ma una pacifica e libera marcia arcobaleno.

La diversità viene proposta come un valore e, soprattutto, viene accompagnata dalla libertà di poterlo liberamente affermare.

Come tutti i pride, italiani e non solo, l’invito non è soltanto rivolto alle persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender, transessuali e queer, ma a tutti coloro che sentono di voler affermare la propria persona, se questa non viene riconosciuta come tale.

La partecipazione al Pride è infatti spesso accolta da coloro che lottano contro ogni tipo di discriminazione, che sia la propria o quella di qualcun altro, che riguardi l’orientamento sessuale o semplicemente chi si è. Risulta fondamentale far sentire la propria voce quando la propria identità è ridotta a un tabù culturale o non è ritenuta conforme a un presunto modello socialmente riconosciuto.

A Sorrento già imperversa lo slogan, con relativo rimbalzo social,Magnate ‘o limone, provocatoriamente scelto dagli organizzatori del Pride. Il simbolo della penisola sorrentina è appunto uno spicchio di limone, tinto dei colori dell’arcobaleno per l’occasione, a sostegno della manifestazione. L’invito è forte e chiaro: chi ancora discrimina è umoristicamente invitato ad accettare qualcosa che appare ancora troppo aspro.

La madrina scelta per il Sorrento Pride è Rosa Rubino, attivista transgender napoletana.

Rosa è un esempio per tutta la comunità LGBT+. La sua storia inizia con Salvatore, secondo di dodici figli, nato a Napoli nel 1957, nel rione partigiano Sangiuvaniello. La sua non è stata una storia semplice, costellata, come spesso accade alle persone trans, di abusi fisici e psicologici. Rosa scelse di non farsi operare, considerando quella pratica un’inutile mutilazione, optando invece per la cura ormonale.

Il soffocamento della sua identità ha inizio fin da giovane, quando il padre le impedì di diventare dattilografa, considerandolo un lavoro da femmina, fermando così il suo percorso di studi alla terza media. Si presentò poi l’opportunità di un lavoro nella cartoleria del nonno, intrapreso fino a quando quest’ultimo morì e Rosa si ritrovò senza più nulla, a soli 23 anni. Da quel momento per lei si aprirono le strade dello sfruttamento.

Nel Giugno 2019 l’anagrafe ha finalmente riconosciuto a Rosa la propria identità.

Ma il percorso di riconoscimento non passa soltanto per una struttura tecnica che si appropria del diritto di definire chi siamo. Rosa è stata prima di tutto amorevolmente accolta dall‘Arcigay di Napoli, che l’ha anche aiutata a denunciare la violenza domestica subita in passato.

Rosa ha in seguito potuto continuare la sua formazione, si è iscritta all’Università ed è diventata segretaria presso la cooperativa sociale di Napoli “Dedalus”. Oggi ad accoglierla è tutta la comunità LGBT+, ma non solo. Di seguito le parole degli organizzatori del Sorrento Pride:

Rosa è il nostro orgoglio, è per tutta la comunità LGBT+ un simbolo d’amore, di tenacia e di uguaglianza. Non poteva esserci madrina più giusta e più vera per questo Sorrento Pride che chiude la stagione dei pride 2019.

Anche la musica ha raccontato il percorso di Rosa, protagonista di due video musicali: “Me staje appennenn’amò” del cantante Liberato e di “Candies & Flowers”, regia di Domenico Onorato.



La storia di Rosa è una delle tanti voci che testimoniano il percorso emotivo e fisico difficile che le persone transessuali attraversano. Le difficoltà ci sono prima e talvolta anche dopo il riconoscimento legale. Sottolineo sempre di proposito il loro essere prima di tutto persone, poiché troppo spesso ciò viene dimenticato.

Come si evince dal pensiero del filosofo spagnolo Paul B. Preciado, i transessuali sono infatti spesso vittime di un sistema eteronormativo che li esclude, li posiziona ai limiti, ben lontani dalla linea di comprensione e conformità sociale.

Per una persona trans le cose normali come, per esempio, andare all’aeroporto, possono risultare difficili.

Fare un viaggio, qualora il documento non sia stato ancora riconosciuto e ci sia una discrepanza tra la foto e la persona che si presenta all’imbarco, potrebbe generare infatti diverse problematiche,  da un punto di vista pratico, ma anche emotivo e psicologico.

La lotta per ottenere un riconoscimento ufficiale avvicina inoltre, secondo Preciado, la persona transessuale al migrante, entrambi portatori della difficile etichetta dell’esiliato.

Questa condizione tuttavia non termina nel momento in cui si ottiene il riconoscimento giuridico. Il peso della discriminazione è purtroppo sempre dietro l’angolo. Colui/colei che ha portato avanti una transizione di genere è come se socialmente avesse abbandonato il proprio paese e vivesse lungo un limite, “al di fuori” di una linea immaginaria, ma ancora molto forte.

L’omofobia e la transfobia si manifestano ancora oggi sia verbalmente che fisicamente e le vittime di tali abusi sono portati a modificare il proprio atteggiamento, a soffocarlo, o a vivere nel silenzio, per paura di non essere compresi, di essere bullizzati o, in alcuni paesi, addirittura legalmente puniti.

Per le persone LGBT+ non si tratta pertanto solamente di ottenere un riconoscimento legale, ma soprattutto sociale e culturale, affinché possano vivere la propria vita in una condizione di sicurezza e libertà.

La condizione di vulnerabilità delle persone LGBT+, ma in genere di tutte le persone che non si conformano alla “norma” riconosciuta è tanto più forte quanto poco sviluppato è lo spazio politico, la consapevolezza e il lavoro delle istituzioni alla lotta contro le discriminazioni.

Una politica inclusiva e non esclusiva è inoltre più raggiungibile quanto più lo stesso linguaggio e le relative etichette vanno lentamente a crollare. Le  etichette limitano le persone in categorie rassicuranti. Queste però talvolta oscurano ciò che di esse è davvero importante: ovvero il loro essere prima di tutto persone.

Per chiarire ancor meglio vi faccio un tipico esempio che sarà capitato a tutti: nell’introdurre una persona è molto facile che questa sia identificata secondo il suo orientamento sessuale o il suo genere, anche quando ciò non è richiesto.

Rosa Rubino l’ho definita io stessa di proposito “attivista transgender” perché in questo caso risultava fondamentale per raccontare la sua storia. Ma perché mai bisogna dire, per esempio: “Antonio, il mio amico gay”? C’è forse qualcuno che dice mai: “Andrea, il mio amico eterosessuale?” No. Non che questo atteggiamento sia motivo di offesa per nessuno, che io sappia, ma è indice di un sentire comune su cui andrebbe riflettuto.

Ancora non siamo del tutto abituati a “mangiarci ‘o limone” e, se il problema fosse solo nel linguaggio, sarebbe già un passo avanti.

Chi è “diverso” è ancora vittima di violenza fisica e verbale e di discriminazione su più livelli. La sua soggettività viene spesso violata o usata come capro espiatorio di politiche razziste. In tutti i casi è bersaglio della fobia di chi non ha ancora accettato la ricca tavola di colori che tinge la realtà in cui viviamo.

C’è dunque ancora bisogno di un Pride nel 2019? Assolutamente sì. Per marciare insieme alle vittime di omofobia, per gioire con chi vittima non è ed semplicemente felice del suo essere. Per informare chi ancora non sa, per ricordare chi non ha potuto dire la sua.

Come donna e femminista personalmente mi sento ancora “nella schiera dei discriminati”, ma qui si aprirebbe tutta un’altra storia. O forse no. Non si tratta in fin dei conti sempre della medesima battaglia?

Claudia Volonterio

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