Sovversione e Devozione

"Non v'è devozione nel mostrarsi col capo velato, nel rivolgersi a statue di dei e ad altari, nell'inchinarsi a terra prostrati, e tendere le mani aperte innanzi a templi, o nell'offrire sangue di vittime sacrificali e accumulare promesse e voti. Devozione, semmai, è saper osservar ogni cosa con mente serena." Tito Lucrezio Caro.

Frontespizio de il De Revolutionibus Orbium Coelestium di Nicola Copernico, 1566
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Sovversione e Devozione

Anatole France scriveva che l’amore è come la devozione; accade tardi. Inutile sottolineare che nessuno di noi sa cos’è l’amore, quindi ritengo inutile soffermarsi sull’illusoria e inflazionata presunzione di definirlo – meglio restarne assetati ricercatori anziché partecipare alla perpetuazione del suo quotidiano e accalcato martirio, mica vogliamo macchiarci di due terribili delitti, l’assassinio e la banalità?

Ma cos’è la devozione? Bé una cosa è certa … è un sostantivo ormai desueto. Ai giorni nostri la parola devozione ha il sapore dell’anacronismo; pare quasi voglia tenerci incatenati ad un retaggio ecumenico ormai  (si dice in giro) superato. Quasi spontaneo allora ostentare la nostra virile e modernissima laicità per acquistarne congedo.

Siamo dei Marinetti mozzicati … senza entusiasmo e senza talento ci votiamo – non senza nostalgia – al sovrappopolato manifesto dell’emancipazione dal passato. Strano però, anche questa è devozione.

Oramai modernissimi, con un pittoresco senso delle “radici” ci stringiamo con partecipata reverenza alla tradizione, al folclore delle usanze e dei costumi; recuperiamo i sapori a chilometro zero mentre sfrecciamo verso il futuro a passi di danze popolari lasciandoci alle spalle il trascurabile dettaglio della Storia. In fondo mica ci possiamo portare appresso tutto? Il futuro corre veloce, tanto da schiacciarci … meglio munirsi di un bagaglio leggero.

Dunque non sbagliamo se affermiamo con Gregorio Buti che “devozione è promissione e donazione che l’uomo fa di sé a Dio.”

Ah che puzza d’anticaglia clericale in queste arrese parole! E vorrei ben vedere!, non è che il XIV secolo brillava per laicità e agnosticismo, almeno pubblicamente si intende. Ora no, ora siamo liberi! Siamo talmente liberi da poterci permettere di trascurare liberamente le nostre stesse libertà. Di quelle altrui neanche a parlarne.

Però vorrei soffermarmi di più sulla frase di Buti, perché mi piacerebbe concederle più ampiezza e respiro. Più aria. A ben vedere in questa citazione ci sono parole pesanti e impegnative anche per un laico, per un ateo, per un agnostico, persino per un marxista dell’ultima ora – già entrato alla seconda per saltare l’interrogazione della prima -, per chiunque insomma.

Promissione e donazione che l’uomo fa di sé. Hai detto cotica! Un uomo che fa promessa di donarsi. Bé volendo ci si può donare a tante cose: al divino, come nel caso di frate Buti, ad una causa, ad un impegno sociale, all’onesta, all’amore, alla vita, all’arte, quante cose attendono il nostro donarci, anzi… le cose aspettano noi come un dono.

Bella questa! E se non fossero le cose doni per noi ma noi “presenti” per loro? C’è del fascino copernicano in tutto questo: cosa cambierebbe sovvertendo la prospettiva? Forse – e dico forse – ci sarebbe un capovolgimento del meritato. Mi spiego meglio: spesso quando raggiungiamo un obiettivo, viviamo qualcosa di felice, quasi immediatamente pensiamo che ci è dovuto, che finalmente abbiamo ottenuto ciò che meritiamo, e così, nello stesso istante in cui lo pensiamo, “il gioco” finisce; tende inesorabilmente ad esaurirsi.

Archiviamo la meta come un trofeo e col tempo ci dimentichiamo persino di lucidarlo di tanto in tanto. Un po’ arido no? Quella che era una “Gioia Viva” si consuma davanti a noi e grazie a noi nel raggiungimento, nel possesso!  Difficilmente ci chiediamo cosa possiamo offrire di noi al mondo per ciò che abbiamo ricevuto, cosa poter fare per esaltare ciò che ci è stato donato e come restituire in forma di “dono nuovo” memoria e testimonianza di ciò che viviamo. Ecco, forse questo muterebbe; diventeremmo noi stessi offerte al mondo, meno avidi e forse un po’ meno insoddisfatti. Forse anche un po’ meno sicuri di noi ma di certo più vivi. Per Sallusti e la Santanché c’è poco da fare ormai… ma per tutti gli altri!

Però Buti parla anche di “promissione”, di una promessa, e nel XIV secolo la parola data era una cosa seria, oggi forse un po’ meno, ma non scadiamo nella retorica, ci basta già l’estinzione delle mezze stagioni durante l’attesa di treni che non sono più in orario.

In quella proposizione l’intervento di una promessa è inevitabile. Con quale energia e forza si può realizzare e sancire una tale rivoluzione delle prospettive se non con la ferrea caparbietà di una parola data? Con un impegno? E’ impossibile spostare il mondo anche solo impercettibilmente senza la follia di una promessa fatta in silenzio al mondo stesso. La cosa si fa seria! La devozione a noi stessi e al mondo è essa stessa una cosa seria. Veramente seria.

Chissà se la devozione tornerà ad avere oggi il posto che merita, forse – come scriveva Anatole France – arriverà tardi … ma meglio tardi che mai.

fonte immagine Nicola Copernico De Revolutionibus Orbium Coelestium

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