Spazio aperto, nessun confine: lo sguardo sopra la terra cambia le coscienze


Dopo i primi viaggi privati nello spazio aperto si percepisce come lo sguardo sopra la Terra abbatta i confini e faccia emergere una nuova coscienza

Nelle ultime settimane abbiamo assistito ai primi due viaggi spaziali organizzati da privati con i quali si è dato il via al turismo interstellare. Il primo a partire è stato Richard Branson, il noto plurimilionario britannico, fondatore della Virgin Group, con la sua Spaceflight Unity 22, la navicella che ha preso quota lo scorso 11 Luglio sopra il deserto del New Mexico, arrivando a circa 80 km e restando in volo per circa un’ora.

Branson ha portato con sé, due piloti e tre collaboratori della Virgin Galactic. Questa società, di cui è fondatore, è nata proprio con l’intento di portare a compimento il singolare progetto dei viaggi nello spazio dei privati.

Più variegato, invece, l’equipaggio della New Shepard, il razzo dello statunitense Jeff Bezos, fondatore del colosso mondiale Amazon. Oltre a Jeff e a suo fratello Mark sono partiti anche Wally Funk, una signora di 82 anni con un passato di aviatrice e uno studente olandese di diciotto anni, Oliver Daemen.  Suo padre, Joes Daemen, altro noto miliardario a capo della Somerset Capital Partners, si è aggiudicato il biglietto all’asta, per una “modica” cifra che si aggira intorno ai 28 milioni di dollari.

Dieci minuti di viaggio suborbitale sono bastati ai quattro “non astronauti” per riuscire a guardare il nostro pianeta dall’alto. E’ stato l’aspetto più profondo di questo viaggio, ha affermato Bezos, un’esperienza che lo ha cambiato: la vista della Terra lo ha sbalordito per la sua bellezza e fragilità. Lo spazio aperto invita dunque a riflettere.

Anche altri viaggiatori spaziali hanno affermato la stessa cosa. In diverse interviste, l’astronauta italiano Paolo Nespoli ha raccontato come in orbita si ha una visione d’insieme per cui ci si rende conto che il mondo è un pezzo di terra, con un suo equilibrio delicato, facile da alterare con il nostro impatto su di esso.

Ha anche più volte detto che è un peccato che fino ad ora soltanto ingegneri, interessati prevalentemente all’acquisizione di dati tecnici, hanno avuto la possibilità di accedere allo spazio aperto. Per lui sarebbe davvero interessante vedere cosa un teologo, un filosofo, un poeta, riuscissero a captarvi, ognuno può cogliere aspetti incredibili che più interessano al proprio essere.

Secondo l’astronauta, ciò che invece viene percepito molto chiaramente da una prospettiva così elevata è la Terra come continente unico, una grande nave blu che viaggia e di cui noi siamo i marinai. Detta meglio: noi umani siamo i marinai della stessa nave. Per cui appare essenzialmente stupido perdere tempo a lottare per dividersi i confini, quando sarebbe opportuno unirsi tutti e collaborare a gestire bene le risorse di questo nostro mondo. Quante cose faremmo in più per esso, se lavorassimo tutti insieme?

Del resto, questo è un po’ l’emblema del loro lavoro.

Gli astronauti di una missione, spesso, sono di diverse nazionalità, eppure sembrano non avere alcun problema a lavorare a stretto contatto per mesi, nello spazio aperto all’interno di una navicella, in condizioni estreme, tra l’altro. Devono conoscere lingue differenti e rapportarsi anche a tecnologie complesse con una lingua diversa dalla loro. E nulla di questo appare per loro come un ostacolo. Quando si lavora per un bene comune, si superano i limiti e insieme tutto sembra diventare più semplice.

Infine, c’è un’osservazione importante, seppur semplice, che fa Nespoli: quando usciamo fuori dalla nostra nazione ci sentiamo italiani, quando usciamo fuori dall’Europa, ci sentiamo europei, quando usciamo fuori dalla Terra, per la prima volta, ci sentiamo razza umana.

In pratica, dalle sue parole si evince che le divisioni, le categorizzazioni, i confini, i limiti, tutto si azzera: cambiano le coscienze.

Lo spazio aperto, dunque, potrebbe rappresentare davvero una grande opportunità per resettare le nostre categorizzazioni terrene, o sciogliere la cristallizzazione di alcune ataviche convinzioni e il turismo stellare potrebbe spianarci la strada in tal senso.  Anche se per il momento è aperto solo per un numero esiguo di agiati terrestri, questo è solo l’inizio.

Veronica Sguera

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