Lo specchio come metafora dell’Io: dalla fisiognomica al tema del doppio

“Lo specchio, attraverso il riflesso che costituisce il nostro primo “doppio”, se non ci garantisce, quanto meno ci mostra la nostra materiale esistenza al mondo […]. Lo specchio, del resto, è ciò che consente la costruzione del nostro io; inoltre esso ci rassicura sulla stabilità e la costanza della nostra immagine. Inoltre lo specchio, come ebbe una volta a osservare Picasso, è in grado di rivelare aspetti nuovi e inaspettati del nostro volto e di noi stessi, facendoci conoscere realtà profonde, che potrebbero altrimenti sfuggirci per sempre.”

Come sottolinea Stefano Ferrari ne “Il perturbante dello specchio”, l’iconografia dello specchio ha una valenza estremamente importante. Nato come oggetto con la funzione di osservazione del proprio aspetto ha sempre nascosto dietro sé qualcosa di magnetico ed intrigante. Un fascino insito volto a creare credenze che avrebbero condizionato la storia e la cultura di moltissime popolazioni.

L’Io allo specchio: la fisiognomica

La fisiognomica è una disciplina pseudoscientifica che si occupa dello studio dei tratti somatici e li pone in relazione al carattere. Il riflesso della nostra immagine, come spiega Lacan nella teoria “Lo stadio dello specchio”, ci permette di comprendere l’identificazione del nostro io, seguito da un riconoscimento che porta allo sdoppiamento tra il soggetto reale che si specchia e la sua immagine ideale. Secondo gli studi fisiognomici ogni cosa dunque può essere il riflesso di qualcos’altro. A livello culturale la qualità dello specchio prevarica la sua funzione pratica.

Umberto Eco, nel suo scritto “Sugli specchi” a proposito di questo argomento propone l’esempio di Milady, una ragazza descritta ne “I tre moschettieri” di Dumas in questi termini: “tra i venti e i ventidue anni…un essere pallido e biondo, dai lunghi capelli riccioluti cadenti sulle spalle, dai grandi occhi azzurri languidi, dalle labbra rosse e dalle mani d’alabastro”. Colei che Athos definì, nel ventisettesimo capitolo, “bella come le Grazie” e che alla fine della storia si dimostrerà essere un personaggio ignobile e spregiudicato. In questi termini Eco sottolinea come la Fisiognomica non possa essere considerata una scienza esatta e che siamo condizionati da essa in seguito al reflusso di antiche tendenze: da una parte pone l’istinto di associare il volto all’anima, dall’altra la propensione, a sfondo cattolico, di vedere nella bellezza la maschera del maligno.

Gli studi di Leonardo

Per intraprendere questa riflessione è però necessario puntualizzare che la storia della fisiognomica si mosse molto prima dello sviluppo degli studi sulla psicologia. Di conseguenza, nella fisiognomica verranno gettate le basi per studi che solo nel ‘900 avranno modo di trovare rigore scientifico con la moderna psicoanalisi e lo studio della psicologia. A partire dal Cinquecento con gli studi di Leonardo, tale disciplina ebbe una notevole influenza sull’arte e la letteratura, cambiando la percezione e l’interpretazione dell’ambiente circostante. Secondo le teorie di Leonardo sono i “moti dell’animo” ad essere responsabili del mutamento dei tratti fisionomici ed espressivi di un uomo. Sono i sentimenti e le emozioni a condizionare la vita del corpo. Più specificamente Leonardo aggiudica all’occhio i moti della coscienza, facendo così nascere la teoria secondo cui l’occhio è la “finestra dell’animo”.

Il patrimonio lasciato da Leonardo fu immenso: molti furono infatti gli scrittori che da lui appresero le basi per questa disciplina. Pomponio Gaurico, umanista e storico dell’arte del Cinquecento, affrontò il tema della fisiognomica in relazione alla scultura. Egli affermò che la scienza Fisiognomica è universale, ed è fondata sull’osservazione di regole precise. Inoltre, poiché un fine importante dell’arte, in particolare della scultura, è quello di effigiare i personaggi del passato dei quali possiedono solo le descrizioni dei caratteri e delle imprese, i principi fisiognomici saranno utili per dedurre l’aspetto fisico e morale degli uomini illustri.

Il riflesso nell’arte

Allo stesso modo di Leonardo, anche Gaurico dà grande rilievo agli occhi per poi soffermarsi sulle altre parti del corpo. Egli mette in relazione i tratti somatici umani con quelli animali, attribuendo loro uno specifico carattere. Per esempio, un naso inclinato indica un carattere onesto, quello aguzzo uno collerico e via dicendo. In questo contesto notiamo come attraverso l’uso dello specchio sia possibile un’identificazione seguita da un superamento: è solo attraverso la propria immagine riflessa che un uomo si può guardare e riguardare, definire quali sono gli atteggiamenti da usare e quelli no, in quanto non disponiamo di un mezzo così preciso che ci permetta di osservarci nella vita di tutti i giorni. Attraverso lo specchio probabilmente un uomo può ambire ad un miglioramento dei propri movimenti e delle proprie espressioni.
Dunque si può notare come lo specchio abbia una valenza prettamente autoconoscitiva. Esso serve a conoscere se stessi, ma allo stesso tempo, è anche fonte d’inganno. L’uomo con lo specchio si accorse di poter vedere se stesso e soprattutto ciò che lo specchio gli permetteva di vedere. Esso diventò un occhio supplementare: qualcosa che riflette a tal punto che è difficile venirgli meno, in grado di dare e di togliere.
Annie Francisca

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