Sport e razzismo in Australia: la partita infinita di Adam Goodes

Adam Goodes non è solamente uno dei più grandi giocatori di football australiano della storia recente: grazie alle sue gesta, è diventato il simbolo della rabbia e del riscatto delle popolazioni aborigene, schiacciate da 200 anni di vessazioni.





Il football australiano è una disciplina simile per certi aspetti al rugby union, ma dotata di regole e storia peculiari. Come è facile intuire dal nome, si tratta dello sport più seguito in Australia. E Adam Goodes è stato uno dei suoi eroi.

Per i successi agonistici, certo: Goodes vinse per ben due volte la Brownlow Medal, il più alto riconoscimento per un giocatore dell’AFL (Australian Football League) e trascinò più volte la sua squadra, i Sydney Swans, al successo, tra il 1999 e il 2015. Ma soprattutto per quello che ha rappresentato, anche fuori dal campo: il simbolo dell’orgoglio aborigeno che non si lascia schiacciare.

Perché Goodes è stato il più importante giocatore aborigeno di football australiano. Una particolarità a cui egli stesso, per lungo tempo, non aveva prestato particolare attenzione. Come molti ragazzi aborigeni della sua generazione, era cresciuto senza grandi cognizioni sulle sue origini: origini vissute con dolore e umiliazione dalla madre, poco disposta a tramandare ai figli quel bagaglio culturale così pesante.

La generazione rubata

La madre di Goodes fece parte infatti di quella schiera di bambini aborigeni che, fino agli anni ’60 del secolo scorso, venivano allontanati dalle famiglie, rinchiusi in collegio ed educati secondo il costume dei colonialisti. Il piano del governo australiano era quello di promuovere un’assimilazione forzata: per contrastare la povertà dei nativi e i conflitti etnici a cui erano sottoposti, la soluzione era costringere le nuove generazioni a rinunciare alle proprie radici, dimenticare le famiglie, e sposare possibilmente membri della comunità anglosassone.

Figlio di un’aborigena strappata alle sue terre e di uno scozzese, durante l’infanzia Goodes vive il razzismo come un fenomeno sotteso, che si sente, ma di cui è vietato parlare. Certo, il colore della sua pelle lo etichetta immediatamente come diverso agli occhi dei compagni; ma le sue abilità sportive gli permettono se non altro di ottenere approvazione e riconoscimenti. La solita vecchia storia: c’è sempre posto per un nero, purché sappia palleggiare.

Quando entra nell’AFL, le sue cognizioni del passato della Nazione sono ancora vaghe e indefinite. Fino a quando la dirigenza dei Sydney Swans decide di spronare i giocatori a seguire un percorso di studi aggiuntivo, nell’ottica di rinsaldare il prestigio storico del club. Gli atleti sono liberi di scegliere il campo di ricerca che preferiscono: e Goodes, incuriosito, decide di dedicarsi alla cultura aborigena.

Il passato della Nazione

È così che Adam Goodes scopre la storia del suo popolo: una storia di privazioni e soprusi, perpetrati dai colonialisti anglosassoni che, sbarcati sull’isola nel 1770, la dichiararono immediatamente “terra nullius”, terra disabitata. Gli aborigeni, per loro, non esistevano: erano carne da macello, da allontanare quanto più possibile. Dopo averli massacrati, li rinchiusero nelle riserve. Decenni dopo, iniziò la politica dell’assimilazione forzata, che non si tradusse mai in vera integrazione. Fino agli anni ’70, la sorte degli indigeni era decisa tramite lo stesso regolamento che disciplinava il trattamento di flora e fauna. Ancora oggi, i discendenti di queste popolazioni sono sensibilmente più esposti a povertà, arresti e violenze; e la durata della vita media per loro è di dieci anni inferiore a quella del gruppo dominante.

Il razzismo sul campo

Il cuore di Goodes si fa pesante. Ed è così che, nel 2013, la situazione esplode. Durante un match disputato contro i Collingwood, Goodes si ferma e indica una persona tra gli spalti, chiedendone l’allontanamento. Si tratta di un tifoso avversario che, al suo passaggio vicino alle transenne, ne aveva approfittato per gridargli “ape”, scimmia. Si scoprirà poi trattarsi di una ragazzina di 13 anni; scoperta l’età, Goodes chiede ai media di non accanirsi su di lei, ma di interrogarsi piuttosto sui motivi che spingono una persona così giovane a utilizzare un insulto razziale.

Qualcosa si è incrinato. Il nero bravo a pallone ha osato offendersi: tifosi e cronisti sportivi minimizzano l’accaduto, definendo Goodes permaloso, incapace di capire la goliardia degli insulti sul campo.

Nonostante le critiche, l’anno successivo Goodes riceve il premio di “Australiano dell’anno”, assegnato in occasione dell’Australia Day, la festa nazionale che si celebra il 26 gennaio. Nel suo discorso parla di discriminazioni e razzismo; e ricorda a un pubblico sempre più perplesso che quello che per loro è un giorno di festa, per il suo popolo è invece una data funesta, che sancì l’inizio dello sterminio.

L’inizio della fine

Il pubblico non glielo perdona: come ha osato ricordare in un’occasione simile le nefandezze della conquista coloniale? Sui social fioccano gli insulti a sfondo razziale. La situazione peggiora alla riapertura del campionato: ad ogni partita, ogni volta che Adam Goodes tocca la palla, gli spalti esplodono in fischi e cori di scherno.  E così sarà anche nella stagione successiva.

Ma Goodes non abbassa la testa: nel 2015, dopo l’ennesimo goal, festeggia con una danza di guerra tipica degli aborigeni, che si conclude con il gesto di scagliare una lancia immaginaria sugli spalti. Le critiche si moltiplicano. Non contano le provocazioni e gli insulti: se l’esponente di una minoranza reagisce, se alza la testa, al posto che subire in silenzio, la colpa diventa immediatamente sua. In fondo, è solo sport, perché prendersela tanto?

Allo stesso tempo, la danza di Goodes viene accolta dalla popolazione aborigena come un gesto di orgoglio e appartenenza. I ragazzini la imitano, e altri giocatori di origine indigena la riproducono sul campo per festeggiare i propri successi.

Il football, che era stato per anni la strada del riscatto e dell’affermazione, è ormai diventato intollerabile per Goodes, che si ritira e decide di dedicarsi alla ricerca delle proprie radici, intraprendendo un viaggio nella terra dei suoi antenati. La carriera è ormai terminata, così come la passione per il football australiano: Goodes non riuscirà più neanche ad assistere a un incontro come spettatore. Nonostante questo, egli ottenne il sostegno di molti australiani, tifosi e non, che, con il movimento “I stand with Adam”, portarono avanti la sua battaglia, dentro e fuori dal campo.

Fuori dal campo

Ma la vera partita di Adam Goodes non è mai terminata. Negli ultimi 5 anni, l’ex giocatore dei Sydeny Swans ha fondato l’Indigenous Defence and Infrastructure Consortium, un consorzio di aziende a conduzione aborigena, e creato la GO Foundation, un’associazione che sostiene l’educazione dei ragazzi aborigeni con borse di studio, cercando anche di incentivare l’approfondimento della cultura indigena nelle scuole.

Cosa più importante, egli è ormai considerato un simbolo intramontabile dell’orgoglio aborigeno. La sua storia ha ispirato due documentari (The Final Quarter e The Australian Dream), usciti entrambi nel 2019; lo stesso anno in cui l’AFL ha finalmente ammesso le proprie colpe nella gestione dell’incidente Goodes, scusandosi con l’ex giocatore per non aver preso le sue difese all’epoca degli attacchi razzisti.

Risale inoltre a pochi giorni fa la notizia di un giovane artista, Vincent Namatjira, divenuto il primo aborigeno della storia ad aggiudicarsi l’Archibald, il premio di ritrattistica più rinomato del Paese. Il soggetto della sua opera è proprio Adam Goodes: la sua sfida al razzismo negato dell’Australia è stata raccolta da degni successori.

Elena Brizio

 

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