Spostamenti tra regioni: necessario e azzardato al tempo stesso

Francesco Boccia puntualizza sulla modalità degli spostamenti a partire dal 3 giugno

Immagine da: Pixnio
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Dipenderà dalle condizioni della regione: se è una regione a basso rischio, probabilmente sarà consentito lo spostamento dal 3 giugno. Un sistema di monitoraggio ci consente di sapere se una regione è a basso, medio o alto rischio; se una regione è ad alto rischio di sicuro non potrà ricevere ingressi da altre regioni, ma speriamo non sia così

Il ministro degli Affari Francesco Boccia ha sottolineato le basi della retorica madre.
La questione è stata detta e ridetta, formulata in più versioni, ma con numerose problematiche comunicative alla base.

Lo si evince dai comportamenti di Fontana e Zaia, rispettivamente governatori delle regioni Lombardia e Veneto, nonché dai loro lamenti; non sono sufficienti le direttive del Presidente del Consiglio, non con loro, che quasi si pongono come si opporrebbe un bambino a cui viene sottratto il giocattolo.




In realtà, non si fanno dispetti a nessuno; non ce n’è il tempo.
La differenziazione tra regioni è fondamentale, sia da un punto di vista psicologico che economico. Il turismo, elemento fondamentale nell’indice economico europeo, necessità di maggiore viabilità; non si tratta di una scusante per non mancare l’estate – anche se per qualcuno sarà così -, ma la base di un traffico economico essenziale per la nostra penisola.

Tuttavia, non tutti i confini italiani militano nelle stesse condizioni; a rigor di logica, gli spostamenti tra regioni richiederebbero provvedimenti e rassicurazioni. Sfruttare un’economia nazionale localizzata, vigente e diversificata da regione a regione, porterebbe plausibilmente ad un controllo socio-economico ideale – soprattutto in virtù della curva dei contagi; la si potrebbe considerare una soluzione, auspicando riaperture dei confini non omogenee.

Il medesimo discorso si pone sul traffico tra Paesi UE, previsto per i primi di giugno. La decisione pare un po’ azzardata, considerata soprattutto la differenza di approccio tra Italia ed altri collegi UE; per fare un esempio, la Spagna prevede circa due settimane di quarantena per tutti coloro che ne varcheranno i confini. La procedura richiama una delle prime manovre di accertamento dei casi, inerente alla soglia media del periodo d’incubazione del virus (dai 15 giorni in su).

Non si parla di una scienza esatta, ma nemmeno campata per aria; il fatto che però l’Italia eluda questa basica modalità di tracciamento è abbastanza rischioso – e piuttosto strano.
Mi confiderò con il lettore: il primo pensiero circa le motivazioni è stato prevalentemente dedicato alla fascia turistica; essendo difatti una nazione le cui entrate dipendono prevalentemente dal flusso turistico, non è forse sembrato il caso di “scoraggiare” gli europei proponendo, al loro ingresso, “due settimane di quarantena omaggio”.

La questione resta spinosa, poiché, in tali circostanze, economia e sicurezza non vanno di pari passo e tocca al Governo trovare un equilibrio.
Tali dinamiche, per il “cittadino medio”, sono del tutto estranee; il malcontento si nota, come si notano i grandi aperitivi di 100/200 persone, degni dei più fastosi festeggiamenti, che solo un “fine pandemia” saprebbe offrire.
E invece, la fine non si scorge neanche in lontananza.

Eugenio Bianco

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