Spotify: quanto ancora resisterà ?

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La competizione più serrata e le royalties da pagare agli artisti, mettono l’industria della musica in streaming davanti a un bivio: crescere esponenzialmente o morire.

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Cosa succederà a Spotify?

Il mercato della musica in streaming è al primo bivio chiave della sua esistenza. Si mettono in dubbio le capacità di sopravvivenza di tutte le app. Chi è nato come player dedicato esclusivamente al mercato della musica online, deve trovare nuove forme di sussistenza. Spotify, ad esempio, ha ricavi superiori al miliardo di dollari e una base di utenti che arriva a 75 milioni di abbonati mensili, eppure, le royalties che deve pagare alle case discografiche e agli artisti, portano via annualmente quasi il 70% delle entrate totali. È un problema di fondo, che può minare il sistema alle sue fondamenta.

Una questione di tipo economico che assume maggior spessore alla luce dell’ingresso nella competizione dei big dell’industria hi.tech come Google (con Youtube Red), Apple (Apple Music) e Amazon (Prime Music). I loro investimenti nascono dalla necessità di mantenere gli utenti all’interno del loro ecosistema, con la speranza che possano essere convinti ad acquistare altri prodotti o servizi.

Non importa quindi che questo diventi la loro principale fonte di guadagno; per Spotify, Pandora Radio o Tidal – quello comprato recentemente da Jay Z – si tratta invece dell’unico strumento per finanziarsi e autosostenersi. Le alternative sono crescere o essere acquistati da altri, come è successo a Rdio o a Beats Music.

In pratica o si mettono in testa di fornire altri servizi (a pagamento), oppure rischiano di sparire nel giro di pochi anni.

Gli svedesi di Spotify si stanno già muovendo e hanno annunciato la funzione “Fan Insight data” dedicata agli artisti: è la possibilità per un cantante di visualizzare dove la sua musica ha maggiore impatto e ascolti, in modo tale da programmare razionalmente un tour o la promozione del nuovo disco.

Come ha riportato il sito statunitense The Verge, questo fa sorgere una domanda ancora più grande: i servizi di musica in streaming possono sostituire in toto le case discografiche?

Scovando i nuovi talenti sul web, potrebbero far nascere delle star in casa da cui ottenere soldi per pubblicizzare i loro pezzi, organizzare tour mondiali o vendere i biglietti dei loro concerti (come fa ad esempio Tidal). Rimuovendo l’intermediario di mezzo (le case discografiche), Spotify e gli altri avrebbero meno spese di royalties e più incassi.

La vera alternativa, da adesso a cinque anni (ad esempio) potrebbe essere davvero quella di crescere o morire. O diventare dei veri e propri giganti del mercato discografico oppure rischiare di scomparire.

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