Spreco alimentare e disinformazione: alla ricerca di un nuovo liberismo

“Pensa ai bambini in Africa che muoiono di fame!” ci dicevano le mamme per farci mangiare da piccoli. E così, con un senso di colpa dal sentore vagamente post-coloniale, la saggezza popolare ci restituiva una grande verità che le statistiche oggi mettono nero su bianco: più della metà dello spreco alimentare ha origine tra le mura domestiche. Secondo alcuni studi, infatti, ognuno di noi spreca in media 214 kcal al giorno, l’equivalente di circa tre mele. Da quanto si legge dall’ultimo rapporto stilato dall’Osservatorio Waste Watchers, questo equivale in termini economici a circa 6,5 miliardi di euro che, se sommati allo spreco lungo la filiera produttiva, arrivano a toccare i 10 miliardi, solo in Italia. A cinque anni da Milano Expo, il cui tema era proprio “Nutrire il pianeta”, lo spreco alimentare vale ancora l’1% del PIL. Che le rimestate di zuppa fatta da Bottura con le bucce delle patate siano state solo un inutile esercizio fisico? In realtà, qualcosa si è mosso e, sebbene la strada verso la sostenibilità sia lunga e impervia, non mancano le buone notizie. Vediamone tre.

La prima è che la situazione è in miglioramento: i dati ci dicono che l’attenzione degli italiani verso questo tema aumenta visibilmente ogni anno e si è tradotto in un decremento dello spreco alimentare domestico del 25% dal 2018 al 2019. Ciò che aiuta maggiormente le famiglie a fare la spesa in modo più consapevole e razionale è sicuramente l’informazione. La corretta lettura delle etichette, la partecipazione a programmi e campagne di sensibilizzazione sono certamente strumenti preziosi che confermano la reciproca interdipendenza tra le scelte del consumatore e le dinamiche del mercato. In un momento storico in cui il confine tra chi fa informazione e chi la produce è spesso inesistente – pensate ai social media e alla proliferazione di divulgatori di ogni tipo – educare correttamente il consumatore è l’unica strada da percorrere per sperare che le iniziative di lotta allo spreco alimentare sortiscano effetti a lungo termine.

n questo senso – ed ecco la seconda notizia – l’Unione Europea da tempo si attiva con programmi come “Frutta nelle scuole”, per favorire la diffusione di buone pratiche nutrizionali tra i più giovani e, allo stesso tempo, trovare canali di sbocco per la produzione alimentare diversi da quelli della grande distribuzione organizzata – ovvero i supermercati. Peraltro, sono proprio questi che, complice anche una legislazione che tende a favorire la standardizzazione dei prodotti per soddisfare le logiche del mercato unico, tagliano fuori una discreta fetta della produzione agricola che, non arrivando sulle tavole delle famiglie, rischia di rimanere invenduta e dunque di essere distrutta. Ecco che allora entrano in gioco iniziative volte a ridurre l’enorme quantità di prodotti agricoli che, non soddisfacendo gli standard estetici a cui noi consumatori ormai siamo avvezzi, vanno quotidianamente al macero o vengono reimpiegati nell’industria di trasformazione, con ingenti perdite di reddito per gli agricoltori. Si va dalla vendita diretta al consumatore di prodotti “brutti ma buoni”, fino alla donazione di eccedenze alle organizzazioni caritatevoli che si occupano della distribuzione alimentare alle famiglie in difficoltà.

Non è un caso – e siamo alla terza buona novella – che l’anno seguente a Expo 2015 lo Stato italiano abbia emanato la Legge Gadda contro lo spreco alimentare che offre una combinazione di semplificazioni burocratiche, sgravi fiscali e incentivi a coloro che donano l’invenduto a chi ne faccia richiesta. Via libera allora alle doggy bag nei ristoranti, donazioni di cibo da parte di produttori, negozi e ristoranti a canili, gattili o alle associazioni caritatevoli che operano la distribuzione alimentare agli indigenti. Eppure, addentrandosi in tali contesti, pare che il maggior freno al pieno successo della legge Gadda sia dato dalla cattiva o insufficiente informazione, ma soprattutto da un bias cognitivo diffuso tra gli operatori del settore e gli utenti di questo servizio, che li porta a considerare erroneamente il cibo offerto loro come non buono, non di qualità e, ancor peggio, non sicuro.

Viene proprio in mente quell’aneddoto che si racconta agli studenti di Economia, della risposta che un mercante, stufo delle inutili limitazioni imposte sulla circolazione dei prodotti, diede al politico ed economista Jean – Baptiste Colbert, quando questi gli chiese che cosa bisognasse fare per aiutarlo: “Lasciate fare, lasciate passare!”. Ieri le merci, oggi le informazioni.

Mariasole Porpora

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