Squadroni della morte contro i migranti: la proposta del responsabile della protezione civile

L’organizzazione di squadroni della morte. Questa è la soluzione proposta da un responsabile della protezione civile di Grado, in provincia di Udine, per risolvere la situazione di crisi che sta andando avanti dalla mattina di ieri all’interno dell’ex caserma Cavarzerani della città del Friuli-Venezia Giulia.

La situazione per cui Giuliano Felluga ha pensato di essere chiamato a proporre una soluzione è stata generata dallo scoppio della protesta di un gruppo di migranti arrivati in Italia attraverso la rotta balcanica e ospitati nell’ex caserma. L’intenzione degli autori della protesta era quella di opporsi alla decisione, annunciata da Pietro Fontanini, sindaco di Udine, di prolungare il periodo di quarantena per i presenti all’interno della struttura dopo che erano emersi due casi di positività al coronavirus.




La rivolta dei migranti, secondo le ricostruzioni, ha avuto inizio nella mattinata di ieri, Lunedì 3 Agosto.

Le sue modalità sono state piuttosto violente: diversi roghi sono stati appiccati all’interno della struttura che ne è uscita parzialmente danneggiata e sassi sono stati lanciati contro i mezzi della protezione civile. Un cordone di manifestanti, inoltre, ha impedito ai membri della protezione civile e della polizia l’accesso alla struttura.

Se nel primo pomeriggio di ieri la situazione sembrava tornata sotto controllo, questa mattina si è verificato un nuovo intervento dei vigili del fuoco presso l’ex caserma Cavarzerani finalizzato allo spegnimento di roghi accesi dagli ospiti della struttura.

Quanto sta succedendo nelle ultime ore è, in realtà, solo l’epilogo di una situazione già critica.

Nei giorni scorsi si erano già verificati tentativi di fuga dalla struttura che ospita, è bene ricordarlo, più di 400 persone. La concentrazione di un numero così alto di individui in un unico centro è stata, anche in passato, motivo di crisi.

La tensione è oggi acuita dalle regole di contenimento dettate dall’emergenza sanitaria.

Le prese di posizione politiche sono state molto dure.

Massimiliano Fedrigra, presidente della regione Friuli-Venezia Giulia, ha chiesto al governo di procedere all’immediato rimpatrio degli autori della protesta. L’assessore alla sicurezza, Alessandro Ciani, ha lamentato in tv una scarsa attenzione del governo rispetto alla gestione dei migranti in arrivo attraverso la rotta balcanica.

Da parte sua il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha preso, durante la giornata di ieri, una posizione molto netta rispetto alla questione dei migranti affermando l’impegno del governo nel limitare gli arrivi e nell’aumentare i rimpatri. “Saremo duri e inflessibili” ha affermato il capo dell’esecutivo. 

Il dibattito pubblico generale riguardo il tema dell’immigrazione in relazione alla pandemia, inoltre, non risulta certamente mitigato dalla retorica che il capo della Lega, Matteo Salvini, sta portando avanti da tutta l’estate.

Andandosene in giro per l’Italia ad abbracciare persone e a stringere mani, con mascherina tricolore rigorosamente abbassata, il “capitano” non perde occasione di accollare preventivamente la colpa di un’eventuale ricaduta grave del virus ai migranti in arrivo in Italia. 

In questo quadro si inseriscono le parole che il responsabile della protezione civile ha scritto in risposta ad un post facebook di Ilaria Cecot, ex assessore provinciale.

Non preoccupatevi, stiamo organizzando gli squadroni della morte e nel giro di due giorni riportiamo la normalità…

A questa sua prima affermazione Giuliano Felluga ha sentito di aggiungere che “a grado ci sono persone che metterebbero la firma per avere la roba da mangiare che loro (i migranti, ndr) buttano via. E noi sappiamo solo assistere gli stranieri e i nostri non li aiutiamo”. Interrogato da un’utente su cosa intendesse per “squadroni della morte”, poi, si è spiegato meglio: “Quattro taniche di benzina e si accende il forno crematorio così non rompono più.”

Il problema, si legge ovunque, è che queste parole sono state pronunciate da un dipendente comunale.

Se riflettiamo un attimo in più, però, potremmo renderci conto che un ulteriore aspetto di cui dovremmo preoccuparci è che le frasi di Felluga non ci hanno sorpreso più di tanto. Quasi ce le aspettavamo. Chiunque di noi abbia mai fatto l’errore di aprire i commenti sotto un qualsiasi articolo riguardante la questione migratoria, si è trovato di fronte a prese di posizione di questo tipo. Parole di una violenza straziante pronunciate da cittadini qualsiasi. 

Certo, il ruolo ricoperto dal protagonista di oggi aggrava la portata di quanto scritto. Ciò su cui dovremmo riflettere, però, è la normalizzazione del linguaggio violento cui tutti ci stiamo abituando. Nel dibattito pubblico, nel dibattito politico, nel dibattito sui social. Tolleriamo sempre più violenza.

Molti di noi continuano, fortunatamente, ad indignarsi, ma chi riesce ancora a sorprendersi?

Anche quelli di noi che colgono la gravità di parole come quelle di Felluga, parole in cui ci imbattiamo quotidianamente, rischiano di non vederne più lo scandalo.

Non si tratta qui da dare ragione a qualcuno. Incendiare e lanciare sassi non è un comportamento che uno stato civile può tollerare e le regole di contenimento della pandemia devono sicuramente essere applicate a chiunque si trovi in territorio italiano al fine di preservare la sicurezza di tutti.

Ma dobbiamo domandarci cosa farà più male alla nostra democrazia. Una rivolta sedata in poche ore o il lento cambio di mentalità innescato da un linguaggio sempre più frequentemente violento giudicato socialmente accettabile?

Silvia Andreozzi

 

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