Stati senza esercito, un vero esempio di civiltà?

Dalla parte di chi lotta per essere riconosciuto, dell'essere umano e dei suoi diritti.
Contribuisci a preservare la libera informazione.

DONA

Per la più diffusa e conosciuta definizione di Stato, tre sono gli elementi essenziali perché sia riconosciuto come tale: un territorio determinato da precisi confini, un popolo stanziato sullo stesso, un’autorità capace di governare popolo e territorio. Al comando è allora indispensabile connettere un esercito? Può dirsi garantita la sovranità e l’essenza di una nazione se priva di forze armate? Per 21 paesi nel mondo, tra sfumature e compromessi, è concepibile una risposta affermativa.

Sono gli stati senza esercito e potrebbero essere uno straordinario esempio di civiltà

Tra essi le distinzioni non mancano affatto, tutti hanno compiuto un primo e significativo passo, ma qualcuno è andato oltre, per iniziare a correre nella direzione opposta alla violenza armata, qualcuno invece, ancora passeggia. Il conteggio infatti generalizza: dai paesi completamente privi di forze armate a quelli che ne dispongono in numero e con risorse molto limitate, li include tutti. Perciò la lista degli stati senza esercito risulta sorprendente per lunghezza, ma è necessario analizzarne particolarità e tonalità. 

Senza forze armate proprie

La difesa di Andorra, il principato fondato nel 1278, è affidata a Francia e Spagna. Isole Marshall, Palau, Micronesia delegano agli Stati Uniti d’America la propria tutela militare. Come Nauru con l’Australia, il Liechtenstein con la svizzera e Samoa con la Nuova Zelanda.

Tra questi e altri Stati che assegnano la protezione dei propri territori all’esterno, alcuni come Palau o gli Stati Federati di Micronesia non hanno mai manifestato la necessità di comporre un esercito sin dall’indipendenza. Esigenza non pervenuta per assenza di forze nemiche e dimensioni limitate. Altri, come Liechtenstein o Haiti, hanno invece percorso un processo di abolizione per arrivare gradualmente la demilitarizzazione.

Forze militari limitate

Dal 1990 Panamá, a seguito dell’invasione degli Stati Uniti dell’anno precedente, possiede un solo gruppo armato per la sicurezza interna: le Forze Pubbliche Panamensi, abilitate nel 1990. Capacità di combattimento esigue sono attribuite anche ad alcune unità delle forze di Polizia.

In Islanda, similmente, non esiste un vero esercito, tantomeno forze aeree dal 1859. Comunque membro della NATO, conserva una forza militare di peace-keeping di pronto intervento, Guardia Costiera, corpo di Polizia e Forze Speciali di Polizia.

Mauritius e Vanuatu mantengono, in ordine, una forza di polizia paramilitare e una piccola forza militare mobile. 

Il caso più emblematico resta quello del Costa Rica

«La Costa Rica deve tornare a essere un paese con più insegnanti che soldati»

così il presidente José Figueres Ferrer a seguito della sanguinosa guerra civile che portò nel 1948 a smantellare l’esercito. La fine del conflitto interno sancì proprio nella Costituzione all’art 12 il divieto di formarne uno, ciò rende la Repubblica sede idonea per le organizzazioni internazionali volte alla pace e allo sviluppo. La Corte interamericana dei diritti umani è infatti situata a San Josè e l’Università per la Pace delle Nazioni Unite a Colòn. Nonostante ciò, anche qui persistono corpi di sicurezza, la polizia si occupa della tutela dei cittadini, come della lotta al narcotraffico e del controllo di frontiera.




Il «Non voglio un esercito di soldati, ma di educatori» di Ferrer è segno nel panorama mondiale, non solo di un’affermazione ambiziosa. Grazie alla demilitarizzazione il paese beneficia di uno dei più alti tassi di sviluppo umano dell’America Latina: prima del 1950 il PIL cresceva in media del 1,42% da allora fino al 2010 del 2,28%. In aumento è la già forte diversificazione di produzione ed esportazione di beni e servizi, così come il livello di istruzione medio e l’attenzione alla salvaguardia ambientale.

La diplomazia di oggi è ancora fortemente basata sul peso militare dei singoli stati, che in tal modo possono esercitare pressione e imporsi sul teatro internazionale. Ma le storie sopra elencate, con le ombre dei casi, dimostrano che una controtendenza in tal senso non è solo utopia, all’opposto: strategia. 

Reindirizzare i finanziamenti dell’industria bellica altrove, verso l’istruzione e la salute, per disinnescare i meccanismi che accrescono sofferenze e morte, è l’arma di cui si dovrebbe discutere.

L’ordigno che nell’esplodere, davvero potrebbe liberarci tutti.

Giorgia Zazzeroni

 

Stampa questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *