“Sterminateli tutti”: il massacro dei Rohingya nelle testimonianze di due soldati birmani

Abusi contro i Rohingya: per la prima volta due soldati dell’esercito birmano descrivono i crimini di guerra perpetrati dai militari nello stato Rakhine

La ONG Fortify Rights e il New York Times hanno portato l’attenzione, in questi giorni, su alcuni video, non resi pubblici, registrati dall’esercito Arakan – gruppo armato Rakhine -, in cui due soldati birmani descrivono le atrocità commesse dal Tatmadaw, l’esercito birmano, durante “le operazioni di sgombero”  ai danni dei Rohingya nel 2017.

Myo Win Tun, di 33 anni, e Zaw Naing Tun, di 30, entrambi in servizio dal 2016 in due diversi battaglioni fanteria, hanno disertato tra il maggio e il giugno di quest’anno. Dopo aver confessato, hanno cercato protezione presso le autorità bengalesi e a metà agosto sono stati portati all’Aia, dove la Corte Penale Internazionale ha aperto un’indagine. “Questo è un momento monumentale per i Rohingya” , ha commentato Matthew Smith, Ceo di Fortify Rights.

Le testimonianze dell’eccidio dei Rohingya

Secondo quanto riportato dal New York Times, i due raccontano di aver preso parte al massacro di donne, uomini e bambini, a stupri e violenze, rispondendo agli ordini dei loro superiori. Le loro testimonianze lasciano quindi intravedere la trama di un progetto militare coordinato, ben lontano dalle azioni isolate che il governo birmano attribuisce a singoli gruppi.

Myo Win Tun racconta che, nel settembre del 2017, l’ordine del secondo comandante in capo del suo battaglione non poteva essere più chiaro: “Sterminateli tutti!”. Nella sua confessione descrive come lui e i suoi compagni d’arme piombavano nei villaggi nel distretto di Buthidaung, sparando in testa ai kalar termine dispregiativo per riferirsi ai Rohingya. I corpi esanimi, stesi a terra, venivano presi a calci e gettati nelle fosse comuni. Il soldato ammette anche di aver stuprato una giovane donna.

Le immagini che emergono dal racconto di Zaw Naing Tun non sono troppo diverse. Confessa di “aver spazzato via”, con il suo battaglione, 20 villaggi nel distretto di Maungdaw nel settembre del 2017. Era impossibile, dice, tenere il conto delle persone massacrate e dei corpi straziati. Anche in questo caso gli ordini venivano dall’alto, e non lasciavano spazio a dubbi: “Uccidete tutto quello che vedete”.

Voci diverse per un unico raccapricciante racconto

I racconti dei due soldati concorrono a completare il quadro agghiacciante che già da tempo veniva componendosi delle dichiarazioni dei numerosi testimoni e dei Rohingya che hanno trovato rifugio nei precari campi profughi in Bangladesh.

I testimoni e i sopravvissuti descrivono un’umanità atroce, bestiale, che ha perso completamente la sua dignità: bambini strappati dalle braccia delle madri e gettati tra le fiamme, donne brutalmente violentate, anziani decapitati, corpi fatti a pezzi, villaggi dati alle fiamme.

La discriminazione dei Rohingya ha una lunga storia ed è sfociata in ondate di violenza sempre più intense che sono culminate nell’operazione di sgombero del 2017. Le testimonianze raccolte dalle Nazioni Unite, da Fortify Rights e da altre associazioni evidenziano una sistematica violazione dei diritti umani, una campagna di pulizia etnica, un genocidio volto a eradicare i Rohingya. Secondo le stime di Medici Senza Frontiere, la violenta operazione di pulizia etnica nello stato Rakhine, nel solo periodo tra agosto e settembre 2017, ha causato la morte di 6.700 persone, di cui 730 bambini.

La risposta birmana

La reazione del Tatmadaw non si è fatta attendere. In una dichiarazione alla BBC, il brigadier generale Zaw Min Tun sostiene che i due soldati siano “stati presi in ostaggio” dall’esercito Arakan e “minacciati e costretti a confessare”.

Questo tentativo di screditare la narrativa dell’eccidio non è nuovo. Nel dicembre del 2019, il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi aveva personalmente difeso il suo paese difronte alla Corte Internazionale di Giustizia, negando il genocidio e minimizzando le operazioni dell’esercito birmano. Proprio lei, da sempre in prima linea per la difesa dei diritti umani.

La strada verso la giustizia è ancora lunga, ma le confessioni di Myo Win Tun e di Zaw Naing Tun aprono uno spiraglio di speranza.

“Molti Rohingya hanno la speranza che oggi la giustizia sia possibile e questa è una bella cosa”

– Matthew Smith –

Camilla Aldini

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