La storia di Ciro e Maria Paola ci mostra che la stampa italiana ha un problema di transfobia

Sono passati solo due anni da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha eliminato la transessualità dalla ICD, la lista delle malattie mentali. Era il 19 giugno 2018. L’altroieri, praticamente. Due anni, però, per il giornalismo sono un’era geologica e, in questi due anni, la stampa Italiana ha fatto di tutto per non mettersi in pari con il linguaggio da utilizzare nei confronti delle persone transessuali. Lo ha dimostrato, ancora una volta, in tutta la sua brutale incompetenza, commentando la terribile storia di Ciro e Maria Paola.





La storia di Caivano e della terribile morte di Maria Paola Gaglione l’abbiamo letta in tutta la sua crudezza ovunque. Sabato sera, la 18enne Maria Paola è stata scaraventata a terra dal motorino su cui viaggiava con il fidanzato Ciro: la coppia era stata speronata dal fratello di lei, che non accettava la relazione, perché Ciro è un ragazzo trans. Il fratello ha dichiarato che le sue intenzioni erano quelle di “darle una lezione”, perché la giovane “era stata infettata”. A morire invece è stata proprio la sorella, mentre Ciro è “semplicemente” stato pestato dal fratello di Maria Paola, dopo essere stato sbalzato a terra nell’incidente.




Una notizia orrenda raccontata in modo orrendo

Se a provocare sgomento e orrore è la violenza inaudita con cui l’omicidio e il pestaggio sono avvenuti, a parere quantomeno inappropriate sono le parole che la stampa nazionale, a tutti i livelli, ha utilizzato per descrivere l’accaduto. Il Tg1 ha parlato di “Cira”, salvo poi correggerlo in “Ciro” nel servizio della sera. Ha intervistato il parroco del paese di Maria Paola, che ha commentato quasi minimizzando, dicendo che la famiglia della giovane era solo preoccupata. A fare sollevare qualche sopracciglio è anche Repubblica, che sull’edizione online scrive testualmente: l’amica, che da un po’ si fa chiamare Ciro”, come se essere trans fosse un capriccio passeggero frutto di una moda strampalata. 




Il ruolo dei media

Se molte persone non hanno mai sentito parlare di transessualità come un fenomeno normale, da accettare e di cui discutere senza sorrisini allusivi o battute, forse, allora, la colpa è anche di una stampa che non sa come maneggiare queste notizie. E di persone che lavorano nei media che, nel 2020, si esprimono in un modo improprio, goffo e offensivo che interpreta il mondo solo secondo il codice binario della morale cattolica. Il linguaggio, nell’educazione di una persona e di uno spettatore, è tutto: è ciò che rende visibili le complessità, ciò che permette di accettare la pluralità, senza stereotipi o classificazioni imbranate.

Il misgendering

E, a proposito di linguaggio, appellare una persona trans con l’articolo, la desinenza o il pronome che non corrispondono alla sua identità di genere si chiama “misgendering”. Alla base non c’è solo l’incompetenza o la superficialità: nel 2020 è disinformazione e non permette alle persone all’ascolto di capire la portata della notizia e, soprattutto, di cogliere il disvalore dell’utilizzo di un pronome sbagliato.

L’ignoranza di un linguaggio goffo e offensivo

Nel mondo della molteplicità, il linguaggio offensivo è segno di profonda ignoranza. Provate a pensare alle relazioni affettive più importanti della vostra vita: come vi sentireste a essere associati a vostro marito o a vosta moglie come un semplice amico o amica? Dare per scontato che tutti si identifichino con il genere assegnato alla nascita, nel 2020, è vivere in una bolla e risponde al nome di cisnormatività. Si tratta di un fenomeno estremamente presente soprattutto nella lingua italiana, in cui il binarismo caratterizza anche i nomi degli oggetti.

La regola aurea dell’autodeterminazione

La regola è solo una ed è molto semplice: per le persone trans binarie, la grammatica segue le regole del genere con cui il soggetto si identifica. Punto. Uno degli errori più indelicati e più frequenti quando ci si riferisce a persone trans, persino sui quotidiani, è il parlare di donne trans (cioè donne, beninteso), con pronomi, articoli e nomi maschili. Abituarsi all’idea che non tutte le donne abbiano una vagina o che non tutti gli uomini abbiano un pene, è la vera sfida che anche la stampa deve vincere, superando un linguaggio omertoso, approssimativo e, soprattutto, offensivo.

Un linguaggio binario ed esclusivo

Come è possibile che le persone si abituino a un linguaggio pulito e sereno in merito, se già i media contribuiscono a creare confusione? Se anche i giornali lasciano trasparire un’ingiusta sfumatura di torbido attorno a una storia che, invece, ha avuto il coraggio di essere vissuta alla luce del sole? Se sono gli stessi giornalisti, che hanno proprio le parole come strumenti del mestiere, a usarle in modo casuale?

I limiti della lingua

Se già siamo così prevenuti verso il mondo trans binario, come potremo fare a maneggiare le notizie riguardanti l’universo trans – non binario? In questo caso, è necessario superare l’assunto per cui sarebbero solo due i generi esistenti. Nella lingua italiana, la questione si fa sicuramente complessa, a causa della struttura grammaticale binaria a cui accennavamo. In inglese, spesso si usa il pronome neutrale “they/them”, per sostituirlo ai maschili e ai femminili. Esistono poi anche parole alternative, utilizzate però maggiormente online, come ze o hir, co o cos. Nello scritto, in Italia, sono stati inseriti asterischi, u finali o  troncamenti. Un’altra strada sarebbe quella di evitare termini come “signore” o “signori”, per sostituirli con termini come “persone”, “ospiti”, “gente”.

Un cambiamento graduale

Ovviamente, nessuno si aspetta che, da un giorno all’altro, le nostre regole grammaticali cambino per favorire una maggiore inclusione. Spesso, anche all’interno delle comunità di studiosi della lingua, non c’è accordo sul tipo di soluzione migliore. Discuterne, però, è già qualcosa, perché permette di acuire la sensibilità delle persone su un tema. Inorridire di fronte a quelli che vengono definiti come storpiamenti della lingua, in realtà, è sinonimo di ignoranza degli stessi processi di evoluzione del linguaggio. I nostri nonni e bisnonni si scandalizzerebbero, ad esempio, nel sentirci dare del tu ai genitori, eppure questa prassi non ha portato al disfacimento né della società, né dei costumi, né della grammatica. 

La chiave della sensibilità

E non servono studi in linguistica di grande rilievo, per chiamare le cose con il loro nome. Basterebbe un po’ di sensibilità in più, unita alla consapevolezza che il mondo è un luogo complesso, in cui tutti hanno il diritto di trovare espressione e serenità nel decidere di definirsi, di farsi definire o di non farlo. E’ un mondo in cui la transessualità, l’omosessualità e tutti i fenomeni che fuoriescono dalla binarietà delle nostre categorizzazioni, a un certo punto, non dovrebbero più fare notizia, perché un delitto è un delitto contro una persona, non contro un trans. La storia di Maria Paola e Ciro purtroppo è solo l’ennesima ad inserirsi nel quadro della violenza e della non accettazione dell’altro, espressioni di un Paese ottuso e gretto, in cui le leggi per la difesa delle minoranze sollevano ancora polveroni spiccatamente moralisti. 

Le parole della mamma di Ciro

Forse, la risposta a tutto questo è solo una: sono le parole della mamma di Ciro, la signora Rosa, che a Repubblica afferma: “Anche se non ho studiato, ho capito la natura di mio figlio”. Capire gli altri, staccando le nostre etichette e i nostri giudizi, per far posto al loro modo di sentire e sentirsi: forse è questa la vera sfida, per un cambiamento linguistico ma, prima di tutto, sociale e culturale di una società che parla ancora di “amica”, strizzando l’occhio in modo allusivo e abbassando la voce imbarazzata. 

Elisa Ghidini

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