Strage di Melissa, una pagina nerissima nella storia della Repubblica

Oggi ricorre il settantunesimo anniversario della Strage di Melissa, una delle pagine più agghiaccianti della storia italiana recente. Per ordine del ministro dell’Interno Scelba, il 29 ottobre 1949 la polizia sparava su una folla di contadini calabresi disarmati, uccidendone tre e ferendone moltissimi. Una strage resa ancor più infame dal fatto che la proprietà dei latifondisti era illegittimamente difesa: ai contadini, infatti, quella terra sarebbe spettata di diritto.

A raccontarmi la Strage di Melissa è stato per primo un quadro, un dipinto omonimo di Emilio Notte datato 1953. Una tela non dovrebbe avere suono, eppure la mia prima impressione nel vederlo sullo schermo del portatile è stata quella di un urlo nero. Insopportabile, lacerante, tanto forte che mi sarei voluta tappare le orecchie anche se intorno avevo soltanto il silenzio del mio studio. È lo strazio di una donna: una compagna, una sorella, una moglie, forse una madre. Le sue braccia alzate, al centro del dipinto, sembrano chiedere al cielo una grazia che non verrà. A terra, riverso nel proprio sangue, sta un uomo – un consanguineo? un marito? – che stringe ancora tra le dita, morendo, una bandiera rossa. In disparte un altro uomo osserva la scena impotente, sforzandosi di far coraggio a un ragazzo che gli posa il capo sulla spalla. Perché? Che cosa è successo qui?




Alla Strage di Melissa sono arrivata a causa di un nome letto per caso, quello di Angelina Mauro.

Mi ci sono imbattuta nelle prime pagine di Quelli che Spezzano di Tiziana Barillà. L’autrice osservava come una via intitolata a questa donna fosse simbolicamente perfetta come indirizzo di residenza per l’anarchico che stava andando a intervistare. Non cogliendo il riferimento, ho provato a cercare quel nome su Google. Apprendendo, così, che Angelina Mauro, con Giovanni Zito e Francesco Nigro, fu una vittima della Strage di Melissa, avvenuta il 29 ottobre 1949. Ho approfondito le ricerche: insieme al quadro di Notte, così, ho scoperto anche una delle pagine più orribili della storia del mio Paese.

La storia della Strage di Melissa – altrimenti nota come “Eccidio di Fragalà” dal fondo su cui avvenne – ha origini remote.

Il fondo di Fragalà, infatti, era stato assegnato per metà al comune di Melissa addirittura dalla legislazione napoleonica, nel 1811. Col tempo, però, la famiglia dei baroni Berlingieri, proprietaria dell’altra metà, l’aveva abusivamente occupato per intero, lasciandolo incolto. Nel 1949 i contadini calabresi presero a chiedere con sempre maggior vigore ciò che era nel loro diritto. Cioè che fossero rispettati i provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro comunista Fausto Gullo nel tentativo di riformare l’agricoltura meridionale. Nonché di poter coltivare le terre che spettavano loro e che i proprietari terrieri, essendosene appropriati, per giunta lasciavano abbandonate. In quindicimila tra uomini, donne e bambini erano scesi in corteo, chi a piedi e chi a dorso di mulo sventolando tricolori e bandiere rosse. Interi paesi del Crotonese e della Sila, i comuni orientali delle province di Cosenza e Catanzaro chiedevano con forza ma pacificamente terra e giustizia sociale.

Come nel resto della Calabria, quel 29 ottobre 1949, così a Melissa, i contadini si apprestavano a lavorare le terre incolte del feudo Fragalà.

Gli uomini portavano gli attrezzi e conducevano bestie da soma, le donne e i bambini li accompagnavano con acqua e viveri. Non si aspettavano certo di trovarsi schierati davanti un centinaio di uomini della polizia, a fucili spianati per ordine del Ministro dell’Interno Mario Scelba. Arrivati da Bari, gli uomini della Celere si trovavano sul fondo già dal giorno precedente, ospiti del barone Luigi Berlingieri. Costui li aveva chiamati per difendersi da quello che ai suoi occhi sembrava un sopruso comunista da respingere a ogni costo. La vita di qualche pitocco, del resto, né al barone né ai graduati sembrava un prezzo eccessivo per ristabilire l’ordine. Così, quando i contadini rifiutarono di spostarsi dalle terre occupate che stavano già preparando alla semina, si udirono tre squilli di tromba. Poi, gli spari. E uno, due, tre, dieci, venti di loro caddero. Tre, per non rialzarsi mai più.

La maggior parte degli storici, oggi, riconosce che l’azione della polizia fu gratuitamente efferata. Essa era commisurata non alle proteste, ma alle richieste degli agrari calabresi, alcuni dei quali erano influenti parlamentari della Democrazia Cristiana, a Scelba. Li preoccupavano la presa di coscienza del popolo e le loro rivendicazioni: l’unico rimedio sarebbe stata la mano dura.

Testate come Il Messaggero e Il Corriere della Sera descrissero i contadini in rivolta come «agit prop mascherati da braccianti». Tuttavia, come ha fatto notare lo storico e politico Ilario Amendolia, quella colpita dalla Strage di Melissa

non era una plebaglia rabbiosa e bramosa di sangue, ma una forza riformista consapevole. Consapevole di rappresentare la stragrande maggioranza dei lavoratori calabresi e di avere alle spalle un diritto sancito dalla Costituzione. Quei contadini, chiedendo la riforma agraria, erano portatori di un progetto di rinascita per la Calabria. Furono sconfitti. […] Chi volle quell’eccidio non lo fece per mera crudeltà personale: si doveva dimostrare che nel Sud la natura dello Stato non sarebbe cambiata. Che i rapporti di forza sarebbero rimasti identici. Che le “forze dell’ordine” avrebbero avuto come compito principale il difendere un certo ordine sociale. Un ordine che, in Calabria e nel Sud, pur cambiando gli uomini resta sostanzialmente uguale.

«Le forze comuniste e socialiste» nota ancora Amendolia «avrebbero dovuto investire maggiormente su questa nuova forza ma ben presto li abbandonarono. E i contadini presero la via dell’emigrazione forzata al Nord».

Apprendendo con tristezza e sgomento la storia della Strage di Melissa, mi sono tornate alla mente le parole della canzone Italia S.p.A. dei 99 Posse:

L’Ottocento fu un secolo di rivolta,/ Di giustizia popolare sull’uscio della porta,/ Pronta ad entrare, in procinto di portare uguaglianza diritti terra e libertà per tutti./Ma l’Italia che avete fatto voi l’avete fatta nel modo peggiore,/Spargendo fratellanza e seminando rancore,/Ignorando lo stupore sul volto dei contadini fucilati,/Dei paesi rasi al suolo, delle donne violentate./Ignorando con dolo le aspirazioni di uguaglianza giustizia e fratellanza/Per le quali a milioni sono stati ammazzati,/Creando senza pentimento un Paese a misura di giustizia,/Un patto scellerato tra Savoia e latifondisti.

Una versione amaramente diversa della storia d’Italia appresa a scuola.

Ricordo che mi arrabbiai la prima volta che ascoltai questo pezzo, nel lontano 2011.

Il ritornello,

L’Italia S.p.A è una repubblica fondata/sulla disuguaglianza, il malaffare, ‘a corruzione/perciò le vostre leggi e il vostro senso dello Stato/per noi so semp’ state solo ‘na provocazione! […]

mi aveva colpita come uno schiaffo in pieno viso. Ero consapevole di non vivere in un Paese perfetto, ma, da cittadina cresciuta in una città di provincia lombarda, non potevo capire tutto quello spregio.

Oggi, quasi dieci anni dopo, del mio Paese vedo più luci e ombre ma mi rendo conto di saperne ancora troppo poco. Ho capito, però, questo: che per amarlo e provare a cambiarlo davvero conoscerne la storia, remota e recente, è fondamentale. Per questa ragione vorrei invitare chiunque leggerà questo articolo a raccontare la Strage di Melissa ad amici, conoscenti, figli. C’è chi dirà che abbiamo problemi più urgenti, con l’emergenza in corso. Forse è vero. Eppure, un Paese immemore di sé è un Paese senza futuro. Perciò, non mi sentirei di escludere che rivolgere per un istante lo sguardo al passato possa avvicinarci di qualche passo a un domani migliore.

Valeria Meazza

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