Strage di via D’Amelio, indagati gli ex pm Palma e Petralia

Nella strage di via D'Amelio, persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della scorta. Il reato ipotizzato è di concorso in calunnia aggravato dall'avere favorito Cosa nostra

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Strage di via D’Amelio – Annamaria Palma e Carmelo Petralia, entrambi pm che indagarono sulla strage di Via d’Amelio, avrebbero depistato le indagini.

La Procura ha disposto lʼanalisi di 19 audiocassette su cui vennero registrati una serie di interrogatori. I poliziotti indagati avrebbero obbligato il finto pentito Vincenzo Scarantino ad accusare della strage persone innocenti.

Strage di via D'AmelioA poco più di un mese di distanza dal ventisettesimo anniversario della strage di via d’Amelio in cui vennero uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, l’inchiesta sui depistaggi delle indagini è arrivata a una svolta fondamentale. I pm della città dello Stretto hanno iscritto nel registro degli indagati due magistrati del pool che indagarono sull’attentato. Sarebbero Carmelo Petralia e Annamaria Palma. L’indagine, che ipotizza il reato di concorso in calunnia aggravato dall’avere favorito Cosa Nostra, è condotta dal procuratore di Messina Maurizio De Lucia.

I magistrati indagati

Annamaria Palma attualmente è avvocato generale a Palermo, mentre Petralia ricopre la carica di procuratore aggiunto a Catania. Nell’ipotesi accusatoria, in concorso con i tre poliziotti sotto processo a Caltanissetta, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, avrebbero depistato le indagini sulla strage.

Sette persone innocenti finirono all’ergastolo

Il reato contestato ai magistrati e ai funzionari di polizia è la calunnia.  I pm e i poliziotti avrebbero imbeccato tre falsi pentiti, costruiti a tavolino tra cui Vincenzo Scarantino, suggerendo loro di accusare falsamente dell’attentato persone ad esso estranee. Ai magistrati si contesta, oltre all’aggravante di avere favorito Cosa Nostra, anche l’aggravante che deriva dal fatto che dalla calunnia è seguita una condanna a una pena maggiore di 20 anni. A Palma e Petralia è stato notificato dalla Procura di Messina, che indaga in quanto è coinvolto un magistrato in servizio a Catania, un avviso di accertamenti tecnici irripetibili. Stesso avviso è stato notificato ai sette condannati ingiustamente: Cosimo Vernengo, Gaetano La Mattina, Gaetano Murana, Gaetano Scotto, Giuseppe Urso e Natale Gambino, persone offese dal reato. Tranne Urso e Gambino, che non hanno nominato legali, gli altri sono difesi dagli avvocati Rosalba Di Gregorio e Pino Scozzola.

Le audiocassette con registrati gli interrogatori

Gli accertamenti tecnici della Procura di Messina riguardano le cassette con le intercettazioni.  all’interno sono registrate le conversazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino durante il programma di protezione. Periodo in cui, secondo una ipotesi accusatoria, Scarantino sarebbe stato indotto, anche con la violenza, dal pool di poliziotti che indagava sull’attentato a mentire sulla fase esecutiva della strage incolpando persone innocenti. Dichiara l’ex moglie:

Approfittavano della sua debolezza psicologica dicendogli che io lo tradivo, gli mettevano i vermi nella zuppa, minacciarono di inoculargli il virus dell’Aids. Ero certa che lo avrebbero ucciso.

Le cassette, molto risalenti nel tempo, potrebbero deteriorarsi, da qui la necessità di far partecipare agli accertamenti i consulenti degli indagati e delle persone offese. Del pool di investigatori che indagò sulla strage, guidati dall’ex capo della Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, poi deceduto, facevano parte i poliziotti Bo, Ribaudo e Mattei, ora sotto processo a Caltanissetta per calunnia aggravata, lo stesso reato contestato ai due pm dalla Procura di Messina, competente a indagare in quanto Petralia è in servizio a Catania. Per legge i pm della citta’ dello Stretto sono competenti infatti sui casi in cui i colleghi catanesi sono indagati o persone offese.

Durante il processo

Innocenti in carcere per colpa mia? Mi dispero.

Uno dei pentiti Gaspare Spatuzza si è commosso in aula pensando a quello che ha fatto, ma soprattutto a quello che non ha fatto, cioè dire la verità per scagionare gli innocenti che aveva davanti in carcere. Sapeva benissimo che erano stati condannati per i reati che lui (non loro) aveva commesso. Eppure da buon mafioso stava in silenzio. Vedeva la loro disperazione e teneva dentro la sua ma non parlava. Lo ha raccontato, prima di accennare un pianto soffocato davanti al Tribunale di Caltanissetta.

La corte d’appello di Catania

Ha condannato lo Stato a pagare circa 777mila euro agli undici fratelli eredi di Salvatore Tomasello per “riparare l’errore giudiziario”. Una condanna di 8 anni. Morì tre anni dopo avere scontato la sentenza. Secondo l’accusa, rivelatasi infondata, Tomasello fu l’uomo che avrebbe custodito in un proprio magazzino della Guadagna la 126 usata, secondo i falsi pentiti, come auto bomba contro Borsellino e i cinque agenti della scorta, uccisi 26 anni fa. Invece Tomasello non aveva fatto niente e Salvatore Candura, che lo aveva accusato, aveva mentito

Fiammetta Borsellino

Ai due poliziotti ho chiesto di dare un contributo di onestà considerata l’evidenza delle loro posizioni e che sono stati sicuramente dei protagonisti fondamentali di questa amara vicenda.

Lo dice Fiammetta Borsellino al termine dell’udienza preliminare a Caltanissetta. Durante una pausa Fiammetta ha avvicinato due dei tre poliziotti, scambiando qualche parola con loro.

In questa storia ognuno di noi c’è dentro fino al collo  e quindi l’auspicio è poter dare un contributo di onestà per spiegare veramente cosa è successo, quale era il clima, da chi probabilmente hanno ricevuto gli ordini.

Dopo quasi ventisette anni dall’accaduto lo Stato italiano  è riuscito a rivendicare i suoi caduti. Questo fatto ci deve far credere che la giustizia esiste e che la mafia può essere fermata anche dopo diversi anni.  L’importante è non dimenticare.

 

Andrea Cremonesi

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