STRAGI CHIMICHE

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I media ed i commentatori fanno a gara per individuare chissà quali responsabilità sociologiche, declino/guerra di civiltà o significato recondito per quegli atti di violenza culminanti spesso in stragi, che gli stessi media “non possono fare a meno” di descriverci in ogni particolare più raccapricciante ed emotivamente ricattatorio.

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Ebbene, pur non nascondendo la complessità della questione e le mille implicazioni socio-politiche, il nocciolo della realtà è molto più “semplice” di quello che si possa credere.

Sono in sostanza due le tipologie in questione di atti violenti: il terrorismo da una parte e le stragi più o meno grandi o gli atti violenti compiuti da uomini e donne “normali” dall’altra.

Senza ora approfondire la questione su chi ci sia dietro il terrorismo, su dove trovino finanziamenti e su quali siano i suoi veri obiettivi, occorre dire chiaramente che una persona che si fa saltare un aria “allegramente” dopo aver provato ad uccidere più “infedeli” possibile, ha subito un qualche tipo di lavaggio del cervello: una tecnica psichiatrica chiamata deprogrammazione.

In più il terrorista usa sovente od è costretto ad usare sostanze psicoattive: droghe ma più spesso psicofarmaci. Quegli stessi psicofarmaci che sono alla base della quasi totalità degli atti efferati compiuti dai non terroristi.

Fino all’avvento delle tipologie di farmaci psichiatrici delle ultime decine di anni, la casistica di persone che all’improvviso compiono delitti che finiscono quasi invariabilmente con il suicidio del soggetto, praticamente non esisteva.

Per non parlare delle donne. Alcune di loro sembrano, da poche decine di anni, capaci di compiere verso i figli atti disumani prima impensabili.

Statisticamente alle donne è prescritta la maggior parte degli psicofarmaci anche per squilibri biologici naturali, come ad esempio quelli che possono intervenire dopo il parto, che si possono compensare adeguatamente con l’alimentazione e con i corretti integratori.

A queste affermazioni si risponde normalmente di getto, sostenendo che un tempo non avevamo tutta questa informazione.

Niente di più errato in effetti.
Il giornalismo moderno non nasce certo oggi, gli scandali sono sempre venuti fuori, la cronaca più o meno nera, di costume e il gossip sono sempre esistiti. Basta ricordarne tre su tutti: lo scandalo Watergate, la vicenda Sharon Tate/Charles Manson e le “relazioni pericolose” della splendida Marilyn.

Ecco allora la “semplice” verità e responsabilità: il sempre più crescente inquadramento in categorie psichiatriche di praticamente qualsiasi problema “mentale”, comportamentale o relazionale, e la conseguente crescita esponenziale della prescrizione di psicofarmaci.

Da qui l’epidemia degli eventi delittuosi, persino menzionati nei bugiardini dei farmaci.

Sempre più operatori del settore e analisti, per non parlare delle associazioni che lottano contro la psichiatria e l’industria farmaceutica, denunciano questa ormai evidente correlazione.

Problemi che un tempo avremmo provato ad affrontare, con più o meno successo, ricorrendo alle mille opzioni di analisi, dialogo, studio, meditazione e preghiera che il variegato campo umanistico ha sempre offerto sono ora sempre più medicalizzati, con i risultati che possiamo vedere ogni giorno.

Gli psicofarmaci sono ormai da molto il più grande business di big pharma.
Stanno rovinando vite e generazioni, partendo da età sempre più precoci, per “patologie” che non hanno nessuna evidenza di laboratorio, per “curare” il presunto e indimostrato squilibrio biochimico cerebrale.

Chi è perplesso è pregato di informarsi presso i comitati per i diritti umani, CCDU in particolare, che si occupano della psichiatria.
Una pseudo scienza che ha una storia di orrore oggi culminata con l’asettica e più “presentabile” pratica farmacologica.

Manipolare chimicamente un organo così delicato e plastico come il cervello è un’aberrazione che viola la medicina, la logica ed i diritti umani.

Salviamo i nostri cari, la cultura e la civiltà, potrebbe essere più semplice di quello che si crede, basta individuare, capire e denunciare il corretto “perché”.

Massimo Franceschini

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