Studentessa italiana, Ikram Nazih, arrestata in Marocco, in carcere per “offese all’Islam”

Lo scorso 20 giugno, all’aeroporto di Marrakech, viene arrestata la studentessa italo-marocchina, di soli 23 anni, Ikram Nazih. La ragione è un post Facebook ironico relativo al Corano ma le conseguenze comprendono la detenzione in carcere ed una multa di migliaia di euro.

Bladi.net, sito web in lingua francese che copre le notizie relative al Marocco, è stato tra i primi a riportare la vicenda della studentessa italiana.

La polizia di frontiera ha fermato la ragazza appena arrivata all’aeroporto internazionale Mohammed V di Casablanca (Marrakech), da Marsiglia, dove risiede attualmente. La ventitreenne ha atteso, poi, per una settimana l’udienza di primo grado.

Il 28 giugno, arriva la sentenza di condanna a 3 anni e mezzo e 50 mila dirham di multa (circa 5.000 euro). La ragione della sentenza è un post Facebook pubblicato dalla ragazza anni prima.

Viene riportato dalla stampa estera che il post della giovane era diventato «virale» all’epoca della sua pubblicazione.

“Noonpresse”, un sito di news in arabo, suggerisce che la polizia di Marrakech, sotto la supervisione della procura, avrebbe già iniziato le indagini.

Una squadra specializzata in informatica, avrebbe iniziato a raccogliere informazioni sul post e sulla ragazza quasi due anni fa.

Al momento la ragazza si trova nel carcere dell’Oudaya, nella città dove voleva trascorrere le vacanze in vista della Festa del Sacrificio del 21 luglio.

 




 

L’offesa all’islam

Nel 2019 la studentessa italiana aveva ribattezzato, in un post facebook, il capitolo coranico “Kautar” (quello dell’obbligo al sacrificio per i mussulmani), “versetto del whiskey”.

Il capitolo (o Sura) in questione è il 108, Sura Al-Kawthar (l’abbondanza). Fonti francesi riportano che all’intero del post il versetto venisse chiamato ′′Sura Al-Whisky′′.

Non sono pubblici documenti ufficiali in merito ma dallo studio del codice penale marocchino emerge la potenziale norma su cui si sarebbe basata la sentenza.

Articolo 41 del dahir n° 1-58-378 del 3 joumada I 1378 (15 novembre 1958) costituente il codice della stampa e dell’editoria:

“È punito con la reclusione da 3 a 5 anni e con la multa da 10.000 a 100.000 dirham

qualsiasi offesa, con uno dei mezzi previsti dall’articolo 38, contro Sua Maestà il Re, i principi e le principesse reali.

La stessa sanzione si applica quando la pubblicazione di un giornale o di uno scritto reca un danno alla Religione islamica, alla monarchia o all’integrità territoriale.




 

La studentessa italo-marocchina e la diplomazia italiana

Ikram Nazih nasce a Vimercate e cresce in Brianza. Studia all’università a Marsiglia, in Francia, dove frequenta la facoltà di Giurisprudenza (alcuni giornali italiani hanno, però, riportato che studiasse medicina).

I genitori e la famiglia sono di origini marocchine ma lei, nata nel 98’, ha la doppia cittadinanza.

Il Consolato italiano onorario di Marrakech è in contatto con la famiglia della studentessa e tenta di ottenere informazioni, in assenza, fino ad ora, di comunicazioni ufficiali del Marocco. Il Ministero della Giustizia del Marocco ha pubblicato la notizia della condanna in lingua araba.

Stiamo seguendo il caso, che è particolarmente delicato“, ha affermato Armando Barucco, ambasciatore italiano a Rabat.

L’ambasciatore Armando Barucco ha incontrato sia la famiglia che l’avvocato della studentessa italiana. Al momento si procede in vista del giudizio d’appello con lo scopo di ottenere un veloce passaggio alla detenzione domiciliare.




 

Gli interventi della Lega in sostegno della studentessa italiana

«Presenteremo un’interrogazione al Ministro Di Maio affinché venga fatta piena luce sull’arresto della giovane in Marocco ed il caso venga affrontato con l’attenzione che merita, con l’obiettivo di liberare questa ragazza quanto prima. Se tutta la vicenda fosse davvero partita semplicemente da un post ironico su Facebook di questa studentessa italo-marocchina, sarebbe qualcosa di assolutamente inconcepibile. Auspichiamo un intervento concreto delle autorità italiane per liberarla al più presto, poiché ingiustamente incarcerata in Marocco per la sola colpa di aver fatto una battuta sui social».

La nota è sottoscritta dai senatori della Lega componenti della commissione Diritti Umani: Marzia Casolari, William De Vecchis, Toni Iwobi, Cesare Pianasso.

«Le notizie che giungono dal Marocco sono di una gravità inaudita e impongono un intervento immediato e risolutivo – ha dichiarato, inoltre, il deputato leghista Massimiliano Capitanio  – Se il motivo dell’arresto fosse davvero una battuta su un versetto del Corano, le autorità italiane dovrebbero intervenire immediatamente e far sentire la propria voce».

La deputata Gianna Gancia, sempre della Lega, ha sollevato il caso anche al Parlamento europeo:

“Senza entrare nel merito delle accuse e delle eventuali responsabilità su questa vignetta siamo di fronte ad un fatto gravissimo: Fatima era arrivata in Marocco a giugno per trascorrere lì la festività del Sacrificio ed è stata prima bloccata, e privata del passaporto, poi condannata e incarcerata. Non possiamo accettarlo, pretendiamo per Fatima la stessa mobilitazione avvenuta per Patrik Zaki. Anche l’Europa deve mobilitarsi”.

 

Il rispetto dei diritti nella monarchia marocchina

Il Marocco continua a reprimere giornalisti, attivisti, commentatori dei social media e artisti critici nei confronti della monarchia. Nonostante un codice della stampa privo di pene detentive, le autorità continuano a ricorrere agli articoli del codice penale per incarcerare i critici. Le leggi che limitano le libertà individuali restano in vigore.

La libertà di stampa è quasi assente e si pensa che molti giornalisti pratichino l’autocensura. Mettere in dubbio la legittimità della monarchia o la religione è un tabù.

Molti giornalisti marocchini di alto profilo, come Aboubakr Jamai, Ali Anouzla, Ahmed Benchemsi e Rachid Niny, sono ridotti al silenzio attraverso una combinazione di reclusione, pesanti multe, boicottaggio pubblicitario e distribuzione/trattenuta di fondi statali.

Secondo il rapporto annuale 2016 di Human Rights Watch, le autorità marocchine hanno limitato i diritti di espressione pacifica, associazione e riunione attraverso diverse leggi.

 

Francesco Maria Trinchese

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *